Lombalgia: negli ultimi anni sono state sviluppate diverse procedure intradiscali minimamente invasive con l’obiettivo di ridurre l’infiammazione e modulare la trasmissione del dolore
Il dolore lombare discogenico è una delle principali cause di disabilità cronica e rappresenta una sfida clinica ancora irrisolta. Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse procedure intradiscali minimamente invasive con l’obiettivo di ridurre l’infiammazione e modulare la trasmissione del dolore. Una nuova review pubblicata sul Journal of Pain Research analizza in modo critico efficacia e rischi di queste tecniche, mettendo in luce risultati promettenti ma anche importanti interrogativi sulla sicurezza a lungo termine e sull’impatto degenerativo sul disco intervertebrale.
Il disco come generatore di dolore: un bersaglio terapeutico complesso
La lombalgia discogenica rappresenta fino al 40% dei casi di dolore lombare cronico ed è legata alla degenerazione del disco intervertebrale, un processo accompagnato da infiammazione, alterazioni biomeccaniche e crescita di fibre nervose nocicettive all’interno dell’anulus fibroso. Proprio questa innervazione “anomala” rende il disco una fonte autonoma di dolore, spesso resistente alle terapie conservative tradizionali come fisioterapia, esercizio fisico e farmaci analgesici.
In questo contesto si sono sviluppate le procedure intradiscali, interventi percutanei guidati da imaging che mirano a ridurre l’infiammazione o a modulare la trasmissione del segnale doloroso direttamente all’interno del disco. L’attrattiva di queste tecniche risiede nel loro posizionamento “intermedio” tra terapia conservativa e chirurgia: meno invasive della chirurgia, ma potenzialmente più mirate rispetto alle infiltrazioni epidurali. Tuttavia, come sottolinea la review, il disco è una struttura biologicamente fragile e scarsamente vascolarizzata, e qualsiasi accesso diretto comporta un potenziale rischio di danno strutturale.
Quali procedure funzionano davvero? Evidenze contrastanti e benefici spesso transitori
Tra le tecniche analizzate, le iniezioni intradiscali di steroidi mostrano benefici limitati e di breve durata. Le meta-analisi indicano un miglioramento del dolore che raramente supera il primo mese e senza un impatto significativo sulla funzione fisica, rendendo questa opzione poco convincente nel medio-lungo termine. Anche l’iniezione di blu di metilene, inizialmente proposta per la sua capacità di “spegnere” le fibre C nocicettive, ha perso slancio dopo studi randomizzati che non hanno dimostrato una superiorità rispetto al placebo.
Più interessante appare il profilo del plasma ricco di piastrine (PRP). Grazie alla presenza di fattori di crescita e citochine bioattive, il PRP potrebbe favorire processi di riparazione tissutale e modulazione infiammatoria. Alcuni studi riportano riduzioni significative del dolore e della disabilità a sei mesi, ma il numero di trial rimane limitato e mancano dati robusti di follow-up a lungo termine.
Sul fronte delle tecnologie energetiche, l’elettrotermoterapia intradiscale (IDET) e la radiofrequenza continua sollevano maggiori perplessità. L’applicazione di calore elevato all’interno del disco può causare lesioni termiche, deformazioni delle limitanti vertebrali e, in casi rari ma gravi, complicanze neurologiche. Al contrario, la radiofrequenza pulsata sembra offrire un miglior equilibrio tra efficacia e sicurezza: agisce modulando la trasmissione nocicettiva senza distruggere i tessuti e ha mostrato risultati incoraggianti in diversi studi, pur con limiti metodologici importanti.
Il grande nodo irrisolto: il rischio di accelerare la degenerazione discale
Il punto più critico sollevato dalla review riguarda il possibile effetto iatrogeno delle procedure intradiscali sulla degenerazione del disco. L’inserimento di aghi o cateteri attraverso l’anulus fibroso rappresenta di per sé un trauma meccanico, che potrebbe innescare o accelerare processi degenerativi. Le evidenze indirette provengono soprattutto dagli studi sulla discografia, che in passato hanno mostrato un aumento di degenerazione, erniazioni e perdita di segnale discale nei dischi sottoposti a puntura.
Tuttavia, studi più recenti suggeriscono che la tecnica fa la differenza: l’uso di aghi sottili (22-gauge), volumi ridotti e basse pressioni sembra non associarsi a un peggioramento significativo nel lungo periodo. Questo dato apre alla possibilità che l’accesso intradiscale, se eseguito con criteri rigorosi e limitato nel numero di procedure, possa essere accettabile in pazienti selezionati con dolore severo e refrattario.
Rimane però una forte incertezza sugli effetti cumulativi delle procedure ripetute e sull’impatto a distanza di anni, soprattutto in dischi già compromessi. Gli autori sottolineano la necessità di studi prospettici di alta qualità, con endpoint strutturali oltre che clinici, per chiarire definitivamente il rapporto rischio-beneficio.
In conclusione, le procedure intradiscali rappresentano una frontiera affascinante ma ancora incompleta nella gestione del dolore lombare discogenico. Alcune tecniche, come PRP e radiofrequenza pulsata, mostrano segnali di efficacia e un profilo di sicurezza potenzialmente favorevole, ma le evidenze restano frammentarie e spesso limitate nel tempo. Il rischio di accelerare la degenerazione del disco impone cautela e una rigorosa selezione dei pazienti. In attesa di studi più solidi e standardizzati, queste procedure dovrebbero essere considerate strumenti mirati e non soluzioni di routine, inserite in un approccio multimodale e personalizzato al dolore cronico lombare.
Chang MC , Yang S. Intradiscal Procedures for Discogenic Low Back Pain: Considerations and Implications – A Narrative Review. Journal of Pain Research. leggi

