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Venezuela: Delcy Rodríguez e il fratello avevano concordato con gli Usa il post-Maduro

delcy rodriguez

Venezuela, Delcy Rodríguez e suo fratello avevano concordato con gli Usa il post-Maduro già in autunno. Ma le fonti del Guardian insistono: non si è trattato di un Golpe interno

Prima del blitz statunitense che all’inizio di gennaio ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, a Washington si muoveva da tempo una diplomazia parallela. Al centro, secondo quattro fonti di alto livello citate dal Guardian, c’erano Delcy Rodríguez e il fratello Jorge, due dei pilastri del potere venezuelano, pronti a dialogare con l’amministrazione Trump nel Venezuela del “dopo Maduro”.

Delcy Rodríguez, insediata il 5 gennaio come presidente ad interim dopo la rimozione dell’uomo forte di Caracas, e suo fratello Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale, avrebbero fatto arrivare messaggi chiari agli Stati Uniti e al Qatar attraverso intermediari: se Maduro si fosse fatto da parte, loro erano pronti a collaborare. Non a rovesciarlo, precisano le fonti, ma a gestire ciò che sarebbe venuto dopo.

I contatti sarebbero iniziati in autunno e si sarebbero intensificati dopo una telefonata cruciale tra Trump e Maduro a fine novembre. In quella conversazione, secondo quanto ricostruito, il presidente americano aveva chiesto apertamente a Maduro di lasciare il potere. La risposta fu un no secco. Ma dietro le quinte, Delcy Rodríguez avrebbe fatto filtrare un messaggio opposto: “Maduro deve andarsene”. E, soprattutto, “lavorerò su qualsiasi conseguenza”.

Un’apertura che, col tempo, avrebbe convinto anche gli scettici a Washington. Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, inizialmente contrario a qualsiasi intesa con figure del regime, avrebbe iniziato a vedere nelle promesse dei Rodríguez un argine al rischio di caos, guerra civile e collasso dello Stato una volta rimosso Maduro.

Che i canali fossero attivi lo confermò indirettamente lo stesso Trump poche ore dopo il raid, dichiarando al New York Post che Delcy Rodríguez “era a bordo”: “Abbiamo parlato con lei molte volte. Capisce, capisce”.

La promessa dei Rodríguez, però, aveva un limite chiaro. Le fonti insistono: non si è trattato di un colpo di Stato interno. Delcy e Jorge non avrebbero mai accettato di aiutare direttamente gli Stati Uniti a rovesciare Maduro. Piuttosto, si sarebbero mossi per essere pronti a gestire la transizione, se e quando il presidente fosse caduto.

Parallelamente ai contatti riservati, proseguivano anche quelli ufficiali. Dieci giorni dopo l’insediamento di Trump, Maduro incontrò Ric Grenell, uno dei suoi uomini di fiducia, per discutere della liberazione dei prigionieri americani, che avvenne in tempi rapidi. Nel frattempo, i collaboratori di Trump continuavano a dialogare con i Rodríguez su dossier pratici: i voli di deportazione dei migranti venezuelani dagli Stati Uniti, il destino dei detenuti in El Salvador, la possibile liberazione di prigionieri politici.

Un ruolo chiave lo avrebbe giocato il Qatar. Delcy Rodríguez intratteneva rapporti personali stretti con Doha, dove la famiglia reale la considerava un’interlocutrice affidabile. Il Qatar, forte della relazione privilegiata con Trump – suggellata anche dal discusso dono di un jet di lusso da 400 milioni di dollari – avrebbe facilitato nuovi contatti e aperture nelle trattative più riservate.

Non era la prima volta che Delcy Rodriguez tentava una sponda. Già in ottobre, come rivelato dal Miami Herald, aveva proposto un governo di transizione guidato da lei, nel caso in cui Maduro avesse accettato un’uscita concordata verso un “porto sicuro”. Il piano naufragò e lei lo attaccò pubblicamente, ma a Washington iniziò a farsi strada l’idea che non fosse una figura rigida o ideologica.

Chi la conosce la descrive come una leader capace di disarmare gli interlocutori: amante dello champagne, con un allenatore personale di ping-pong, abituata a sfidare i dignitari stranieri a colpi di racchetta. Soprattutto, determinata a riaprire i rapporti con il petrolio americano. Un dettaglio non marginale. “Delcy è la più convinta a lavorare con il settore energetico statunitense”, racconta un suo alleato.

Tra i sostenitori di questa linea ci sarebbe stato anche Mauricio Claver-Carone, ex inviato speciale di Trump per l’America Latina, rimasto influente nonostante l’uscita formale dall’amministrazione. Lui non ha commentato.

Per Washington, l’obiettivo era chiaro: evitare che la fine di Maduro producesse un vuoto di potere ingestibile. “La priorità era scongiurare uno Stato fallito”, sintetizza una fonte.

Solo in autunno inoltrato, però, Delcy e Jorge Rodríguez avrebbero davvero iniziato a trattare alle spalle di Maduro. Dopo la telefonata di novembre con Trump, divenne evidente che il presidente non aveva alcuna intenzione di farsi da parte. Per Delcy, il gioco si fece pericoloso. Le fonti raccontano che, pur avendo ricevuto l’offerta, non accettò mai di tradirlo apertamente. “Lo temeva”, ammette un funzionario.

Quando, all’inizio di gennaio, gli elicotteri d’attacco americani atterrarono a Caracas, Delcy Rodríguez sparì dalla scena pubblica. Per giorni circolò la voce di una fuga a Mosca. In realtà, secondo due fonti, si trovava sull’Isola Margarita, località turistica venezuelana. In attesa. Come molti, in quei giorni, di capire quale Venezuela sarebbe nato senza Maduro.

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

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