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Cannabinoidi per il dolore cronico: pochi benefici, molti effetti collaterali

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L’uso dei cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico è in costante aumento, spesso sostenuto da aspettative elevate e da una percezione diffusa di efficacia

L’uso dei cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico è in costante aumento, spesso sostenuto da aspettative elevate e da una percezione diffusa di efficacia, soprattutto per i prodotti a base di CBD. Una recente revisione sistematica pubblicata su Annals of Internal Medicine ha analizzato i dati di 25 studi clinici randomizzati, valutando l’efficacia e la sicurezza di diversi prodotti cannabinoidi nel breve termine.

I risultati mostrano che alcune formulazioni con un alto o comparabile rapporto THC/CBD possono ridurre lievemente la severità del dolore, ma a fronte di un aumento di eventi avversi come vertigini, sedazione e nausea. Al contrario, i prodotti a basso contenuto di THC o a base di solo CBD non sembrano offrire benefici clinicamente rilevanti sul dolore.

Cannabinoidi nel dolore
Negli ultimi anni, i cannabinoidi hanno conquistato un ruolo sempre più centrale nel dibattito sul trattamento del dolore cronico, soprattutto in contesti in cui le terapie tradizionali risultano insufficienti o mal tollerate. Parallelamente, la crescente disponibilità di prodotti a base di cannabis, in particolare quelli contenenti cannabidiolo (CBD), ha alimentato l’idea che queste sostanze possano rappresentare un’alternativa efficace e relativamente sicura.

La nuova revisione per analizzare rischi e benefici
Tuttavia, le evidenze scientifiche a supporto di tali convinzioni restano frammentarie. Per fare chiarezza, Roger Chou e colleghi dell’Oregon Health & Science University hanno condotto una revisione sistematica aggiornata, con l’obiettivo di valutare benefici e rischi dei cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico.

La revisione ha incluso 25 studi clinici randomizzati controllati di breve durata, compresa tra uno e sei mesi, per un totale di 2.303 partecipanti. I ricercatori hanno classificato i cannabinoidi in base al rapporto tra tetraidrocannabinolo (THC) e CBD (alto, comparabile o basso), alla fonte (sintetica, purificata o estratta dalla pianta) e alla modalità di somministrazione (orale o oromucosale).
Questo approccio ha permesso di distinguere in modo più preciso gli effetti delle diverse formulazioni, superando la tradizionale valutazione “in blocco” dei cannabinoidi come categoria terapeutica unica.

I risultati indicano che la severità del dolore può ridursi lievemente con alcuni prodotti specifici: in particolare, con cannabinoidi orali sintetici o purificati ad alto rapporto THC/CBD (contenenti solo THC) e con prodotti oromucosali estratti dalla pianta con un rapporto THC/CBD comparabile.
La riduzione media del dolore, misurata su scale standardizzate, è risultata però contenuta: rispettivamente –0,78 e –0,54 punti, valori considerati clinicamente modesti. Questo significa che, pur in presenza di un miglioramento statisticamente rilevabile, l’impatto percepito dal paziente potrebbe essere limitato.

A fronte di questi benefici contenuti, lo studio evidenzia un aumento da moderato a marcato di eventi avversi comuni. Vertigini, sedazione e nausea sono risultati significativamente più frequenti nei pazienti trattati con prodotti ad alto o comparabile contenuto di THC rispetto ai controlli.
Questi effetti collaterali, sebbene non sempre gravi, possono influire in modo significativo sulla qualità di vita e sulla tollerabilità del trattamento, soprattutto nei pazienti anziani o con comorbidità.

Un’analisi più dettagliata dei prodotti contenenti solo THC ha mostrato risultati eterogenei. Il nabilone, un cannabinoide sintetico, ha dimostrato una riduzione moderata della severità del dolore (–1,59 punti), mentre il dronabinol non ha evidenziato benefici rilevanti (–0,23 punti). Questo suggerisce che non tutti i farmaci a base di THC siano equivalenti in termini di efficacia analgesica, e che le differenze farmacologiche tra le molecole possano tradursi in esiti clinici diversi.

Di particolare interesse è il dato relativo ai prodotti a basso rapporto THC/CBD o a base di solo CBD. Secondo la revisione, queste formulazioni non sembrano migliorare in modo significativo gli esiti legati al dolore. Il CBD assunto da solo non è risultato associato a un aumento degli eventi avversi, ma neppure a un beneficio analgesico dimostrabile. I prodotti misti THC/CBD a basso contenuto di THC, invece, possono comunque aumentare il rischio di effetti indesiderati come vertigini, sedazione e nausea, senza offrire un chiaro vantaggio sul dolore.

Questi risultati assumono particolare rilevanza alla luce della diffusione capillare dei prodotti a base di CBD nei dispensari e nei canali commerciali. Molti pazienti li utilizzano con la convinzione che siano efficaci e privi di rischi. Come ha sottolineato lo stesso Roger Chou, questa revisione nasce dall’esigenza di fornire una base scientifica solida per supportare decisioni informate: la percezione di beneficio non sempre coincide con un’efficacia dimostrata negli studi clinici.

Gli autori concludono sottolineando che la revisione pubblicata su Annals of Internal Medicine ridimensiona le aspettative sui cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico.
Alcuni prodotti con un alto o comparabile rapporto THC/CBD possono offrire una lieve riduzione del dolore nel breve termine, ma a costo di un aumento significativo degli effetti collaterali. Al contrario, i prodotti a base di solo CBD o con basso contenuto di THC non mostrano benefici clinicamente rilevanti sul dolore.

Nel complesso, i dati suggeriscono che i cannabinoidi non rappresentano una soluzione universale per il dolore cronico e che il loro impiego dovrebbe essere valutato con cautela, bilanciando attentamente benefici modesti e rischi concreti, all’interno di un percorso terapeutico personalizzato e basato sulle evidenze.

Roger Chou et al., Cannabis-Based Products for Chronic Pain : An Updated Systematic Review. Ann Intern Med. 2025 Dec 23. doi: 10.7326/ANNALS-25-03152. Online ahead of print.
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