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Carcinoma polmonare: conferme per il bispecifico amivantamab

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Tumore del polmone non a piccole cellule EGFR mutato: 3 studi confermano l’efficacia della cura con il bispecifico amivantamab

Presentati al congresso annuale della European Society for Medical Oncology (ESMO) 2023 i risultati di tre importanti studi clinici di fase 3 su amivantamab, anticorpo bispecifico completamente umano, first-in-class, per il riconoscimento dei recettori mutati del fattore di crescita dell’epidermide (EGFR) e della transizione mesenchima-epidermide (MET).

Il farmaco attualmente è già disponibile in Italia per il trattamento in monoterapia di adulti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) avanzato, con mutazioni da inserzione dell’esone 20 attivanti del fattore di crescita dell’epidermide (EGFR), dopo il fallimento della chemioterapia a base di platino.

«L’identificazione dell’approccio terapeutico più adeguato per i pazienti con NSCLC EGFR-mutato richiede la corretta identificazione delle diverse mutazioni, in quanto a ciascuna può essere associata una terapia differente, in prima linea, così come nelle linee di trattamento successive. I dati di amivantamab presentati a questo congresso ESMO, in pazienti con diverse mutazioni dell’EGFR, in diverse combinazioni e linee di trattamenti, mostrano complessivamente le grandi potenzialità di questa terapia innovativa che potrebbe diventare un nuovo futuro standard di trattamento per alcuni setting», dichiara Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e Presidente AIOT, Associazione Italiana Oncologia Toracica.

Studio MARIPOSA
MARIPOSA è uno studio di fase 3 che valuta il trattamento in prima linea della combinazione amivantamab e lazertinib rispetto alla terapia standard osimertinib e lazertinib in monoterapia in pazienti con tumore NSCLC con mutazioni comuni dell’EGFR, ovvero delezione dell’esone 19 (ex19del) o la mutazione L858R, in stadio localmente avanzato o metastatico.

Nello specifico, la combinazione ha mostrato una riduzione del 30 per cento della progressione di malattia o morte, con una tendenza favorevole anche per quanto riguarda la sopravvivenza complessiva (OS).4 A un follow-up mediano di 22 mesi, la sopravvivenza libera da malattia mediana (PFS) per la terapia di combinazione è stata di 23,7 mesi rispetto ai 16,6 della terapia con osimertinib.

I valori di PFS, che considerano solo la progressione extracranica, sono stati di 27,5 mesi per la combinazione amivantamab più lazertinib rispetto ai 18,5 mesi per osimertinib. Inoltre, la durata della risposta (DOR) è stata significativamente più lunga nel caso di amivantamab più lazertinib, con un miglioramento nella DOR mediana di 9 mesi.

«Nonostante i progressi della ricerca scientifica nell’ambito del tumore del polmone non a piccole cellule con mutazioni dell’EGFR, permane la necessità di assicurare ai pazienti trattamenti innovativi in grado di assicurare ai pazienti i migliori risultati clinici», spiega Filippo de Marinis. «I risultati dello studio MARIPOSA hanno mostrato un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione associato alla combinazione di amivantamab con lazertinib rispetto all’attuale terapia standard. Considerando in ottica allargata le possibili strategie terapeutiche nelle diverse linee di trattamento, questi risultati supportano il potenziale della combinazione amivantamab più lazertinib come terapia di riferimento per questo setting di patologia».

Studio MARIPOSA-2
Lo studio MARIPOSA-2 è uno studio di fase 3 che valuta l’efficacia e sicurezza di due regimi terapeutici a base di amivantamab, in combinazione con lazertinib o in monoterapia, associati a chemioterapia in pazienti con NSCLC con mutazioni comuni dell’EGFR in stadio localmente avanzato o metastatico, che abbiano avuto una progressione della malattia dopo o nel corso del trattamento con osimertinib.

I dati presentati all’Esmo hanno mostrato che l’aggiunta di amivantamab riduce il rischio di progressione della malattia o di morte del 52 per cento rispetto alla sola chemioterapia.  Nel caso della combinazione di amivantamab con lazertinib questa riduzione è stata superiore e pari al 56 per cento. Inoltre, il trattamento con amivantamab e chemioterapia ha mostrato tassi di risposta globali (ORR) del 64 per cento, del 63 per cento in caso di combinazione con lazertinib, rispetto a un ORR del 36 per cento per la chemioterapia.6 Inoltre, lo studio ha valutato per la prima volta l’effetto della combinazione con amivantamab a livello intracranico. Il rischio di progressione della malattia a livello cerebrale o morte è risultato ridotto in caso di combinazione della chemioterapia con amivantamab o con amivantamab più lazertinib rispetto al trattamento con la sola chemioterapia, rispettivamente del 45 e del 42 per cento.

«I risultati dello studio MARIPOSA-2 mostrano come combinando amivantamab con la chemioterapia, in presenza o meno di lazertinib, si possa ottenere una sopravvivenza libera da progressione, anche a livello cerebrale, superiore rispetto alla sola chemioterapia», commenta Antonio Passaro, Principal investigator dello studio e Oncologo medico della Divisione di Oncologia toracica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. «L’efficacia dei due regimi con amivantamab suggerisce che questi sono una possibile risposta alle diverse forme di resistenza terapeutica che si possono verificare dopo il trattamento con osimertinib».

Studio PAPILLON
Lo studio PAPILLON è uno studio di fase 3 che valuta l’efficacia e sicurezza del trattamento in prima linea con  amivantamab in combinazione con chemioterapia a base di carboplatino-pemetrexed in pazienti con NSCLC con mutazioni da inserzione dell’esone 20 attivanti dell’EGFR in stadio localmente avanzato o metastatico.  In particolare, si è osservata una riduzione del 60 per cento del rischio di progressione della malattia o di morte con il trattamento in prima linea di amivantamab associato a chemioterapia in pazienti con forma rara di tumore del polmone non a piccole cellule con mutazione dell’EGFR.  A un follow-up di 14,9 mesi, si è osservata una PFS superiore per la terapia di combinazione rispetto alla sola chemioterapia, con valori pari a 11,4 e 6,7 mesi rispettivamente.

A 18 mesi, il 31 per cento dei pazienti trattati con amivantamab in combinazione con chemioterapia è risultata viva e senza progressione della malattia, rispetto al tre per cento nel gruppo trattato solo con chemioterapia.8 La combinazione ha portato a una ORR del 73 per cento rispetto al 47 per cento in caso della sola chemioterapia.8 Inoltre, un’analisi ad interim della sopravvivenza complessiva (OS) ha mostrato una tendenza favorevole della combinazione rispetto alla sola chemioterapia, con il 72 e il 54 per cento dei pazienti vivi a due anni rispettivamente.

«Il tumore polmonare non a piccole cellule EGFR-mutato con inserzione dell’esone 20 ha una tendenza a progredire rapidamente ed è per questo che è importante identificare il giusto trattamento nelle fasi più precoci del percorso terapeutico dei pazienti. I risultati dello studio PAPILLON appaiono quindi molto promettenti, con un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione, e suggeriscono che l’associazione di amivantamab con chemioterapia possa diventare il futuro regime di riferimento per il trattamento di prima linea per i pazienti con questo tumore», afferma Federico Cappuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica 2°, Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.

Tutti gli studi hanno valutato anche la sicurezza dei trattamenti, mostrando un profilo di sicurezza in linea con quelli dei singoli agenti.

In Italia, il tumore del polmone colpisce ogni anno oltre 40.000 persone, rappresentando la prima causa di morte oncologica negli uomini e la seconda nelle donne.  Due sono i tipi principali di tumore del polmone: il tumore polmonare a piccole cellule e il tumore non a piccole cellule (NSCLC, secondo la dicitura anglosassone). La forma NSCLC è la più frequente riguardando quasi l’85 per cento delle neoplasie polmonari di nuova diagnosi . Tra queste, il 14 per cento nella popolazione europea è legata a una mutazione dell’EGFR.

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