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Tumore alla prostata: monitoraggio attivo non aumenta mortalità

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Tumore alla prostata: con il monitoraggio attivo si ottengono dopo 15 anni gli stessi elevati tassi di sopravvivenza rispetto alla radioterapia o alla chirurgia

Nei pazienti con carcinoma della prostata localizzato, con il semplice monitoraggio attivo si ottengono dopo 15 anni gli stessi elevati tassi di sopravvivenza rispetto alla radioterapia o alla chirurgia. Lo evidenziano gli ultimi risultati dello studio ProtecT, appena presentati a Milano, al congresso annuale della European Association of Urology (EAU), e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine e su Nejm Evidence.

Sebbene gli uomini sottoposti a monitoraggio attivo nello studio abbiano mostrato maggiori probabilità di progressione o diffusione rispetto a quelli sottoposti alla radioterapia o all’intervento chirurgico, questo non ha ridotto la loro probabilità di sopravvivenza.

La ricerca ha anche evidenziato che gli impatti negativi della radioterapia e della chirurgia sulle vie urinarie e sulla funzione sessuale persistono molto più a lungo di quanto si pensasse, fino a 12 anni.

Dunque, i risultati mostrano che, dopo una diagnosi di cancro alla prostata a rischio basso e intermedio, non bisogna prendere decisioni affrettate sul trattamento. «È chiaro che, a differenza di quanto accade per molti altri tumori, una diagnosi di cancro alla prostata non dovrebbe essere motivo di panico o decisioni affrettate», ha dichiarato l’autore principale dello studio, il professor Freddie Hamdy, dell’Università di Oxford. «Pazienti e medici possono e dovrebbero prendersi il ​​loro tempo per soppesare i benefici e i possibili danni dei diversi trattamenti, con la consapevolezza che ciò non influirà negativamente sulla sopravvivenza».

Lo studio, finanziato dal National Institute for Health and Care Research, è stato condotto da ricercatori delle Università di Oxford e Bristol in 9 centri del Regno Unito ed è il più lungo studio in corso nel suo genere. Inoltre, è il primo a valutare pienamente le tre principali opzioni terapeutiche per i pazienti con carcinoma prostatico localizzato: monitoraggio attivo, chirurgia (prostatectomia radicale) e radioterapia associata a terapia ormonale.

Tra il 1999 e il 2009, in tutto il Regno Unito 1643 uomini di età compresa tra 50 e 69 anni, ai quali era stato diagnosticato un carcinoma prostatico localizzato dopo il riscontro di un aumento dei livelli di PSA, hanno accettato di essere assegnati in modo casuale al monitoraggio attivo (545), la prostatectomia radicale (553) o la radioterapia radicale (545). I ricercatori hanno quindi seguito i pazienti per una media di 15 anni, per misurare i tassi di mortalità, la progressione e la diffusione del tumore e l’impatto dei trattamenti sulla qualità della vita.

Il team ha così scoperto che circa il 97% degli uomini ai quali era stato diagnosticato il cancro alla prostata era ancora vivo 15 anni dopo la diagnosi, indipendentemente dal trattamento ricevuto. Inoltre, circa un quarto degli uomini assegnati al monitoraggio attivo non aveva ancora dovuto ricorrere a nessun trattamento invasivo per il cancro dopo 15 anni.

I pazienti di tutti e tre i gruppi hanno riportato una qualità di vita complessiva simile, in termini di salute fisica e mentale generale. Tuttavia, si è visto che gli effetti negativi della chirurgia o della radioterapia sulle vie urinarie, sull’intestino e sulla funzione sessuale persistono molto più a lungo di quanto si pensasse in precedenza.

Già in passato (risultati pubblicati nel 2016), gli autori avevano scoperto che, dopo 10 anni di follow-up, gli uomini sottoposti a monitoraggio attivo avevano una probabilità doppia di vederlo progredire o sviluppare metastasi a distanza rispetto a quelli degli altri gruppi. Pertanto, pensavano che ciò potesse tradursi nel lungo periodo in un tasso di sopravvivenza inferiore. I risultati del follow-up a 15 anni hanno dimostrato che non è così e che i tassi di sopravvivenza rimangono ugualmente alti in tutti e tre i gruppi.

«Sono notizie molto buone», ha affermato Hamdy. «La maggior parte degli uomini con una diagnosi di carcinoma prostatico localizzato è probabile che vivrà a lungo, che riceva o meno un trattamento invasivo e indipendentemente dal fatto che la malattia si sia diffusa oppure no; pertanto, decidere rapidamente di sottoporre il paziente a un trattamento non serve e potrebbe causare danni».

«Ora è anche chiaro che un piccolo gruppo di uomini con malattia aggressiva non può trarre beneficio da uno qualsiasi dei trattamenti attuali, per quanto precocemente possano essere somministrati. Dobbiamo migliorare sia la nostra capacità di identificare questi casi sia la nostra capacità di trattarli», ha aggiunto il Professore.

Un’altra autrice della ricerca, Jenny Donovan, dell’Università di Bristol, ha dichiarato: «Pazienti e medici ora dispongono delle informazioni sugli effetti collaterali a lungo termine dei trattamenti necessarie per comprendere meglio il bilanciamento tra i loro benefici e danni. Quando si decide sul trattamento, non bisogna più prendere in considerazione la sopravvivenza, perché è la stessa per tutte e tre le opzioni. Ora gli uomini con un diagnosi di carcinoma prostatico localizzato possono basarsi sui propri valori e priorità quando si trovano di fronte alla difficile decisione su quale trattamento scegliere».

Lo studio ha anche evidenziato carenze nei metodi che si impiegano attualmente per prevedere quali siano i tumori alla prostata suscettibili di crescere rapidamente e diffondersi. Inizialmente, a tutti i pazienti arruolati nello studio era stato diagnosticato un tumore localizzato, che nel 77% dei casi era stato considerato a basso rischio. Una rivalutazione eseguita usando metodi più moderni ha mostrato che un numero molto maggiore sarebbe ora stato considerato a rischio intermedio – e in circa il 30% degli uomini la malattia si era già diffusa oltre la prostata. Questo significa che i partecipanti allo studio avevano una malattia di grado e stadio superiore rispetto a quanto ritenuto inizialmente. Nonostante questa constatazione, tuttavia, la mortalità è rimasta bassa, anche quando negli uomini con un tumore a rischio intermedio si è procrastinato il trattamento o non è stato eseguito nessun trattamento radicale.

Un fatto preoccupante, invece, è che alcuni dei partecipanti che sono poi morti per il cancro alla prostata erano stati ritenuti a basso rischio al momento della diagnosi.

«Il fatto che la maggiore progressione della malattia osservata nei pazienti sottoposti al monitoraggio attivo non si sia tradotta in una mortalità più elevata risulterà sia sorprendente sia incoraggiante per gli urologi e i pazienti. I protocolli di monitoraggio attivo e biopsia oggi sono molto più avanzati rispetto al momento in cui è stato condotto questo studio, per cui è possibile che potremmo migliorare ulteriormente questi risultati. Il fatto che ritardare il trattamento è sicuro è un messaggio importante da dare ai pazienti, soprattutto perché ciò significa anche ritardare gli effetti collaterali», ha dichiarato il professor Peter Albers, presidente del Scientific Congress Office dell’EAU e urologo presso l’Università di Düsseldorf.

«Ma è anche chiaro che non sappiamo ancora abbastanza sulla biologia di questa malattia per capire quali tumori saranno i più aggressivi e servono urgentemente ulteriori studi su questo argomento», ha concluso l’esperto.

Bibliografia
F.C. Hamdy, et al. Fifteen-Year Outcomes after Monitoring, Surgery, or Radiotherapy for Prostate Cancer. New Engl J Med. 2023; doi: 10.1056/NEJMoa2214122. https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2214122

Jenny L. Donovan, et al. Patient-reported outcomes 12 years after treatment for localized prostate cancer. New Enlg J Med Evidence 2023;
https://doi.org/10.1056/EVIDoa2300018

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