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La carriera di Serena Williams finisce al terzo turno degli US Open

serena williams

The Last Dance per Serena Williams: è stata sconfitta al terzo turno degli US Open da Ajla Tomljanovic nel match che chiude una carriera straordinaria

Richard Williams, da Shreveport, Louisiana, prima di tirar su due star del tennis aveva corso tantissimo. Scappava dal Ku Klux Klan. Lo inseguivano con catene e mazze. Si è rotto il naso tre volte, lo hanno pugnalato a una gamba perché parlando ad un bianco non l’aveva chiamato rispettosamente “mister”. A Serena ha insegnato, ogni giorno della sua vita, dai campi spelacchiati di Compton alla celebrità planetaria, che la vera libertà viene dalla sicurezza, che a sua volta viene dal denaro e dal potere, che a loro volta vengono dalla conoscenza e dal duro lavoro. La fame di vincere per continuare a vincere, è sempre stata solo – hai detto niente – libertà.

New York, racconta la Dire (www.dire.it), ha detto addio a Serena Williams (almeno alla sua versione in singolare) come se fosse davvero solo una giocatrice di tennis. Ne sta celebrando la fine sportiva, elaborando un lutto che lei fa finta di non comprendere: s’è “trasformata” mentre ancora radeva al suolo le avversarie, per presentarsi pronta – mamma, imprenditrice, icona – all’ultimo saluto dell’Arthur Ashe. L’America ai suoi piedi, mentre lei già cammina altrove. A 41 anni da compiere tra un mese.

C’è un’intervista con le sorelle Williams dei primi anni ’90, poco dopo che si erano trasferite in Florida per intraprendere la carriera. “Se fossi una tennista”, chiede l’intervistatrice a Serena, “a chi vorresti somigliare?”. Serena ci pensa a lungo. Alla fine dice: “Vorrei che gli altri fossero come me”. Aveva 11 anni.

Il loro allenatore di quei tempi precoci, Rick Macci, ha raccontato a L’Equipe che “Serena aveva una rabbia da strada“. Le due sorelle “correvano come se la loro vita dipendesse da questo. Erano a prova di proiettile”. “Serena era una piantagrane, spensierata. Una volta maturata, è diventata inarrestabile. Oggi non è solo la più grande atleta che abbia mai preso una racchetta, ma penso che sia la più grande sportiva di tutti i tempi. La metto allo stesso livello di Michael Jordan e Kobe Bryant in termini di ferocia in campo. È stata l’atleta più spietata e brutale di sempre. Ha trasformato il fallimento in motivazione. È in cima al Monte Rushmore”.

Quella vena rivoluzionaria, la brama di originalità… Serena non ha mai avuto bisogno di essere considerata la più forte, ma un prototipo. Una che non si “ritira”, ma che “evolve lontano dal tennis”. E non lo fa in trionfo, o con un senso di pace o di stanchezza, ma con risentimento: la vita la costringe a scegliere. “Odio dover essere a questo bivio”, ha scritto. “Non c’è felicità in questo, per me”. L’ha dettato da una copertina di Vogue, in Balenciaga blu e gioielli Bulgari.

Si lascia dietro le centinaia di pezzi che la stampa internazionale le dedica da settimane: una sovraproduzione industriale che scarnifica la sua carriera fino al dettaglio autoptico. In una ricerca, quasi ossessiva, della compilazione d’un modulo che la riassuma e la contenga.

I numeri, i titoli, le date. La burocrazia del campione. E poi molto meno prosaicamente nel tentativo di formalizzare l’impatto che ha avuto la sua devastante potenza nella trasformazione del suo sport, mentre alle colleghe ancora tocca fare la battaglia dei sessi per ottenere le stesse palle dei maschi e non quelle pallette leggere che schizzano ovunque senza controllo.
Restano sul campo 39 titoli del Grande Slam tra singolo e doppio, quattro medaglie d’oro olimpiche, 319 settimane da numero uno del mondo. In mezzo anni perduti per infortuni, una gravidanza e una depressione post-partum.

Restano in società il suo audace sostegno alla lotta per la giustizia razziale e all’uguaglianza di genere, gli investimenti – in solido, perché non siano solo chiacchiere – in imprese black, attraverso la sua società di venture capital. Ha raccolto 111 milioni di dollari. Ha un portafoglio di 60 società che include SendWave, MasterClass e Daily Harvest, una socia – Alison Rapaport Stillman – che prima bazzicava JPMorgan, Wasserman e Melo 7 Tech.

E poi l’impronta culturale, una zampata sulla crosta terrestre. C’è un’intera generazione di giovani giocatrici di colore (Sloane Stephens e Coco Gauff, per esempio) che è in grado di emergere scontando un millesimo della repulsione che presero in faccia le sorelle Williams. Serena ha fracassato tabù in serie, compreso quello dei chili di troppo: completino da Catwoman, attillatissimo, e tutti zitti. O con la mantella. O con lo spolverino bianco. O con la tuta intera verde pisello. Un dettato prepotente di stile. Il suo corpo non conforme è diventata un’unità di misura. Ha riscritto l’immagine corporea delle donne. La deridevano definendola “mascolina”, e lei ha raddoppiato servizi fotografici e flessioni.
Resta ovunque, come una pioggia di scintille, l’energia. I diamanti del suo completino nero finale. Quel modo di vincere indipendente dal talento o dalla forza bruta dei suoi colpi, semplicemente essendo Serena: con il successo concepito, presagito, molto prima che si manifestasse. Un’intera vita così.

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