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Che cos’è l’afasia che ha fermato la carriera di Bruce Willis

Il giustiziere della notte con Bruce Willis in lingua originale nelle multisale del circuito UCI Cinemas giovedì 8 Marzo e in replica mercoledì 14 Marzo

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La logopedista Giovanna Gradino spiega cos’è l’afasia, il disturbo del linguaggio che ha costretto Bruce Willis a lasciare il cinema

Un addio al cinema che ha fatto scalpore quello di Bruce Willis. All’attore americano, 67 anni, è stata diagnosticata l’afasia che, hanno scritto i suoi familiari in un post su Instagram, “sta impattando sulle sue abilità cognitive”. Per sapere di più su questa patologia l’agenzia Dire (www.dire.it) ne ha parlato con la logopedista del centro di riabilitazione della Asl 3 Genovese, Giovanna Gradino. “L’afasia – spiega l’esperta – è un disturbo del linguaggio dovuto prevalentemente a patologie di tipo neurologico. La principale, la malattia più frequente, di solito è l’ictus. Poi ci possono essere anche disturbi neurologici ma di tipo degenerativo che possono portare lo stesso problema di afasia, dipende da cosa accade a questa persona. L’ictus è, comunque, la causa principale”.

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L’ictus è un vero e proprio ‘colpo’, come dice l’origine della parola, è una cosa improvvisa. Ecco, dunque, che la persona afasica perde, di colpo, la parola. “Oltre ad altri sintomi che possono essere di tipo motorio – aggiunge Gradino – per quanto riguarda il linguaggio il soggetto afasico perde improvvisamente la capacità di articolare, di parlare, di esprimersi. È un disturbo molto drammatico. Direi che tra tutte le conseguenze dell’ictus, l’afasia è la più dolorosa e la più terribile“. In quale modo può parlare una persona colpita da afasia? “Intanto dipende dal tipo di lesione – risponde la logopedista del centro di riabilitazione della Asl 3 Genovese – dalla zona che è stata colpita. Noi abbiamo due emisferi cerebrali: l’emisfero sinistro, di solito quello dominante, è quello dove c’è la sede del nostro linguaggio, le aree del nostro linguaggio e ogni zona di questo emisfero si occupa di particolari caratteristiche del nostro linguaggio. Quindi, in base a questo, l’afasico può essere una persona che non riesce più ad articolare le parole come prima, oppure una persona che apparentemente sembra parlare come prima ma le parole gli escono storpiate, distorte, non sono più quelle che ha in mente di dire”.

 

“Oppure, nei casi molto gravi non riesce proprio ad articolare alcun tipo di suono – sottolinea la logopedista -. Ci può essere anche un disturbo nella comprensione, soprattutto nei primi tempi. Poi magari il disturbo della comprensione regredisce, però la persona afasica può avere difficoltà anche a capire quello che altri gli stanno dicendo“. Se l’ictus è la causa più frequente dell’afasia, possono presentarsi anche forme degenerative. “C’è una malattia che si chiama afasia primaria progressiva – informa Gradino – un disturbo degenerativo che appartiene più ai disturbi a livello cognitivo, come le demenze, dove i pazienti colpiti, anche questo è un disturbo estremamente drammatico, progressivamente perdono la capacità di utilizzare le parole”.

 

Pensando a Bruce Willis e a tutti i pazienti colpiti da afasia ci si chiede se si possa guarire da questa malattia. “L’afasia non può sparire – precisa la logopedista – perché, purtroppo, se c’è stato un ictus c’è stata una lesione in una zona del nostro cervello. Però, sicuramente, si può migliorare. C’è un miglioramento spontaneo che avviene nei primi tempi dopo che una persona ha avuto un ictus e poi, però, la riabilitazione logopedica è estremamente importante. Tutte le persone afasiche dovrebbero avere accesso ad una buona riabilitazione logopedica”. Purtroppo a volte si tratta di un percorso molto lungo. “Con le migliori tecniche che si cerca di mettere in atto – dichiara l’esperta – si riattivano aree del cervello, dei collegamenti neuronali che vanno a stimolare il riutilizzo delle parole andate perdute. Si tratta comunque di un percorso riabilitativo di non breve durata, seguo pazienti anche per uno o due anni, non è assolutamente una cosa veloce”.

 

Il paziente afasico è una persona che vive questa malattia con una grande sofferenza. “Non poter comunicare con gli altri, non poter parlare – afferma Gradino – lo isola tantissimo dal resto dell’ambiente familiare. Poi, spesso, si tratta di persone che stanno ancora lavorando, perché purtroppo l’ictus compare anche in soggetti abbastanza giovani. Io ho pazienti anche più giovani di Bruce Willis”.

 

Giovanna Gradino è pure logopedista del coro degli afasici, il coro di Alice Italia, l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale, di cui fa parte. Il coro è formato da persone prevalentemente afasiche, qualcuna di loro anche colpita da ictus senza afasia, a cui si aggiungono i volontari dell’associazione, i parenti o le badanti, oltre a due logopediste, tra cui la stessa dottoressa Gradino, e il maestro del coro, Sergio Micheli, “una persona che ci sta aiutando tantissimo – racconta – e che riesce ad ottenere risultati fantastici dai nostri coristi, che eseguono canzoni della musica italiana della loro gioventù, canzoni rimaste impresse nella loro mente. Non è necessario impararle a memoria, bisogna andarle a ritrovare”.

 

Un coro nato proprio dall’esigenza di aiutare queste persone a socializzare, a trovare esperienze, occasioni per incontrarne altre, una cosa importantissima per il paziente afasico. “Ultimamente la musica viene usata moltissimo a livello riabilitativo – prosegue la logopedista – soprattutto per riabilitare i disturbi del linguaggio, in particolare l’afasia, perché si è visto che la musica aiuta tantissimo a ritrovare, a risvegliare proprio queste connessioni neuronali, nel nostro cervello, che riattivano l’uso delle parole perdute”. A supporto di tutto questo c’è una base scientifica. “Se il linguaggio ha come sede prevalente l’emisfero di sinistra – conclude Gradino – tutto quello che ha a che fare con la musica e il canto ha invece come sede l’emisfero di destra. Quindi, quando una persona afasica che ha avuto una lesione nell’emisfero di sinistra magari non riesce a parlare, molto spesso riesce a cantare. Questo è davvero uno stimolo importantissimo anche per il linguaggio”.

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