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Corsa al Quirinale: i dubbi del centrodestra su Berlusconi

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Verso l’elezione del nuovo Capo dello Stato, il centrodestra è diviso su Berlusconi. Draghi in pole, ipotesi Mattarella bis

“Silvio non ha i numeri. Prima o poi se ne convincera’”. Montecitorio, in Aula si commemora David Sassoli. In giardino pochi deputati scambiano opinioni sulla trattativa per il Quirinale. Un esponente dem, vicino al segretario Enrico Letta, e un parlamentare forzista, sulle posizioni della minoranza interna, fanno il punto sui movimenti nei rispettivi partiti. Berlusconi poche ore fa ha posto l’aut aut a Draghi (“Non entreremo in un governo se non c’è lui a presiederlo”). Un veto che tra gli azzurri non è condiviso. “Gli stanno facendo vedere un film che non esiste. Lo consigliano male”, è la valutazione del deputato forzista, nello scambio a tu per tu con il collega democratico.

IL NODO DI FRATELLI D’ITALIA

Raggiunto dal cronista della Dire (www.dire.it), il deputato dietro richiesta dell’anonimato spiega: “Fino alla terza votazione, è un conto. Potrebbe avere molti voti. Ma temo che alla quarta votazione (quando il quorum si abbassa da 672 a 505 voti dell’assemblea dei grandi elettori, ndr) molti nel centrodestra non lo voteranno. Il problema è che lo stanno manipolando“. L’accusa è al cerchio di consiglieri più vicini all’ex premier. Anche tra i deputati di Fratelli d’Italia la chiamata alle armi di Berlusconi non fa presa. Se il Cavaliere pensa di conquistare consensi garantendo un governo per il 2022, da questa parte trova orecchie poco attente. Fdi non entrerà in quell’ipotetico esecutivo. Se dunque la merce di scambio per l’elezione al Colle è quella, il partito di Giorgia Meloni si sfila. “Noi non faremo parte di nessun governo che non sia quello voluto dagli elettori con il voto libero”, dice un deputato della destra alla Dire. Palla in tribuna.

IL PD: “BERLUSCONI BLUFFA, NON PUÒ FARCELA”

Fonti del Pd avvicinate dalla Dire confermano lo schema: per i dem Berlusconi bluffa. “Non ce la fa. Se anche avesse i 450 voti del centrodestra, e non ce li ha, gliene mancano 55. E dove li trova?”. In casa democratica si fa una valutazione a più livelli. Il primo riguarda brutalmente il Covid: quanti tra i 1.009 grandi elettori saranno impossibilitati a votare?

E in secondo luogo: perché un parlamentare contrario alla fine anticipata della legislatura dovrebbe sentirsi rassicurato da un presidente della Repubblica che porterebbe inevitabilmente alle urne anticipate? Perché per il Pd lo sbocco di un’eventuale elezione del Cavaliere finirebbe per forza di cose nell’urna elettorale.

I Democratici, giovedì in direzione nazionale, istruiranno il dossier “con ordine e disciplina”, sintetizza un parlamentare. Enrico Letta dovrebbe ottenere l’unanimità del parlamentino dem su una road map che prevede un metodo consolidato. Al centrodestra viene riconosciuto l’onere e l’onore di proporre più nomi per l’identificazione di un presidente dal profilo istituzionale alto e condiviso. Non divisivo. Non ci sarà cioè un non expedit ad personam su Silvio Berlusconi. Ma il senso è chiaro: non può essere lui.

CHI TIFA PER DRAGHI AL COLLE

Nel Pd e tra i centristi si rafforza la posizione di chi vuole indicare Mario Draghi per il Colle. A cominciare dal segretario Enrico Letta e da Luigi Di Maio. Anche nel colloquio di ieri tra il leader Pd e Giuseppe Conte, l’ipotesi è tornata con forza. C’è tuttavia uno scoglio sulla strada del premier verso il Quirinale. “Draghi garantisce solo per un governo presieduto da Daniele Franco“, spiega alla Dire un parlamentare centrista che ha tenuto aperti i canali di collegamento con Palazzo Chigi e con gli altri partiti.

IL MATTARELLA BIS PRENDE QUOTA

La valutazione di molti è che in assenza di alternative a un ticket Draghi (al Colle) – Franco (a Chigi), e in presenza di una divisione sempre più evidente nel centrodestra sul nome di Silvio Berlusconi, il punto di caduta possa essere proprio la richiesta a Sergio Mattarella di accettare la rielezione, cosa che consentirebbe a Draghi di continuare a guidare il Governo. Anche se le parole del Presidente della Repubblica sono state esplicite a proposito della sua rielezione, in Parlamento molti sono convinti che se i partiti non trovassero una soluzione condivisa, la strada dell’estremo appello al Capo dello Stato sarebbe una ratio extrema sì ma pur sempre possibile. Nuove speranze hanno acceso in questo senso le parole del segretario del Pd Enrico Letta, ieri sera. “Il giorno in cui Mattarella lasciasse il Quirinale sarei triste, ha svolto la sua funzione nel miglior modo possibile”, ha detto Letta a Metropolis. Ed ha aggiunto: “Mi fermo qua”.

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