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Alcuni farmaci antitumorali efficaci contro il Covid

Positività al Covid dimezzata in pazienti in terapia con farmaci antineoplastici che abbassano livelli di ACE2 rispetto ad altri antitumorali

Positività al Covid dimezzata in pazienti in terapia con farmaci antineoplastici che abbassano livelli di ACE2 rispetto ad altri antitumorali

Alcuni farmaci con azione antitumorale e che riducono i livelli dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), sembrano efficaci nel contrastare l’infezione da SARS-CoV-2. È quanto emerge dai risultati di uno studio osservazionale pubblicato recentemente sulla rivista JAMA Oncology.

L’analisi dei dati ha rilevato che tra i pazienti in terapia con farmaci antineoplastici che abbassano livelli di ACE2, la percentuale di positività dei test SARS-CoV-2 è quasi la metà di quella riscontrata tra i pazienti che hanno ricevuto altri antitumorali.

Secondo Michael B. Foote, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e primo autore della pubblicazione, «Molti oncologi temono che il trattamento con alcuni antitumorali possa aumentare il rischio di COVID-19». «Grazie a questo lavoro, qualche oncologo può sentirsi un po’ più fiducioso nel trattare un paziente con un antitumorale presente nel nostro elenco durante la pandemia», ha poi continuato Foote.

In silico e in vitro
Gli autori della ricerca sottolineano che sostanze anti-ACE2 modificate con tecniche di ingegneria genetica hanno avuto un iniziale successo contro il Covid-19. Inoltre, da risultati di studi integrati in silico (ottenuti con il computer modeling) e in vitro è emerso che agenti antineoplastici in grado di bloccare il meccanismo di segnalazione della proliferazione utilizzato dal SARS-CoV-2 possono inibire l’attività del virus.

Lo studio 
Inizialmente, i ricercatori, avvalendosi delle simulazioni al computer, hanno identificato i farmaci antitumorali correlati ad una diminuita espressione del gene ACE2.

In questo elenco di antitumorali sono sono compresi gli inibitori del TOR/PI3K (everolimus, temsirolimus e alpelisib), gli antimetaboliti (decitabina e gemcitabina), gli inibitori mitotici (cabazitaxel) e altri inibitori delle chinasi (dasatinib e crizotinib).

Successivamente, gli sperimentatori hanno effettuato un’analisi retrospettiva su una coorte di 1701 pazienti che avevano ricevuto una terapia antitumorale presso il Memorial Sloane Kettering Center di New York tra il 10 marzo e il 28 maggio 2020, per determinare quale fosse l’incidenza dell’infezione da SARS-CoV-2 tra i pazienti trattati con gli antineoplastici che potenzialmente abbassano l’espressione di ACE2.

La coorte su cui è stata effettuata l’analisi era costituita per la maggior parte da pazienti affetti da tumori solidi (91,3%), sebbene il 23,2% aveva un tumore ematologico e il 18,3% aveva più di un tipo di cancro.

Dopo aver aggiustato i dati in base ai fattori confondenti, gli autori hanno trovato che nei pazienti trattati con un farmaco antitumorale che riduce i livelli di espressione di ACE2, il tasso di positività del test SARS-CoV-2 è risultato più basso in modo statisticamente significativo (7,0%, 15 su 215 pazienti) rispetto a quello riscontrato tra i pazienti che avevano ricevuto altre terapie (12,9%, 191 su 1486 pazienti).

Tra tutti i farmaci, spicca il trattamento con gemcitabina che è stato associato a una significativa diminuzione della positività a SARS-CoV-2 (OR pari a 0,42).

L’analisi in base al gruppo etnico, ha evidenziato che il tasso di infezione da SARS-CoV-2 era più alto tra i pazienti non bianchi o ispanici rispetto ai pazienti bianchi e non ispanici (OR 1,78).

Per contro, l’impiego di farmaci antitumorali che abbassano l’espressione di ACE2 non è stato associato ad una differenza statisticamente significativa in termini di ospedalizzazione, ipossia o morte sia tra tutti i pazienti sia nella sottocoorte SARS-CoV-2-positiva.

Le riflessioni dell’autore
Foote ha sottolineato che questi risultati sono frutto di un’analisi retrospettiva, mentre il gold standard per determinare se un farmaco funziona in un paziente è rappresentato da studi clinici randomizzati.

Inoltre, questi dati sono stati raccolti in una fase molto precoce della pandemia, prima che fossero disponibili i vaccini COVID-19. «In un certo senso, questo può essere un punto di forza dello studio, poiché abbiamo valutato l’effetto di alcuni farmaci sul virus prima del vaccino, ottenendo un’istantanea del comportamento nativo del SARS-CoV-2», ha detto Foote.

Tuttavia, non è chiaro come poter utilizzare questi risultati ora che sono disponibili vaccini efficaci. «Certamente sappiamo che i vaccini sono il modo più efficace per prevenire la diffusione virale», ha aggiunto il ricercatore. «La variante Delta del virus sta dimostrando di avere una capacità di legame particolarmente elevata con il recettore ACE2; non sappiamo se i nostri farmaci possono essere più o meno efficaci contro questa variante».

«C’è un grande interesse nella ricerca di nuovi modelli di signaling molecolare utilizzati dal virus per sopravvivere e replicarsi» ha dichiarato l’autore principale della pubblicazione e questi risultati possono incoraggiare nuovi studi. La scoperta di una possibile diminuzione dell’infettività del virus suggerisce che questi particolari composti possono modificare specifici meccanismi di segnalazione di cui SARS-CoV-2 si serve per replicarsi.

«Ulteriori ricerche potranno esamina in laboratorio questi nuovi meccanismi di segnalazione virale per capire meglio come il virus si replica e anche progettare nuovi potenziali farmaci antivirali per tutti i pazienti, non solo per i malati di cancro».

Bibliografia
Foote MB, et al. Association of Antineoplastic Therapy With Decreased SARS-CoV-2 Infection Rates in Patients With Cancer. JAMA Oncol. Published online August 19, 2021 Link

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