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Patatine fritte: più di 6 a porzione fanno male

Patatine fritte: più di 6 a porzione fanno male

Secondo gli esperti nutrizionisti le porzioni di patatine fritte non dovrebbero superare le 6 unità: sono una “bomba” di amido che si trasforma in zucchero

Il severo monito arriva proprio dalla terra delle patatine fritte, l’America, dove questo contorno è fra i più diffusi e accompagna da sempre il piatto tradizionale a stelle e a strisce. A lanciare l’anatema contro le patatine fritte è stato infatti un professore Harvard, Eric Rimm, che sul New York Times ha dichiarato con la porzione giusta di questo secondo decisamente calorico non dovrebbe superare le 6 unità. Il resto del piatto dovrebbe essere guarnito da una più salubre insalata. Ne parla la dottoressa Elisabetta Macorsini, biologa nutrizionista di Humanitas.

“Le patatine fritte sono una bomba di amido – ha scritto Eric Rimm -, che si trasforma in zucchero velocemente nel sangue. Penso sarebbe meglio che il piatto principale arrivasse con un’insalata e sei patatine”. Il consiglio, riportato dal New York Times a firma di un nutrizionista dell’università di Harvard ha già suscitato l’indignazione della rete in un paese in cui invece i consumi di questo alimento sono ben maggiori. Anche in Italia però ormai, il consumo di questo alimento è sempre più diffuso.

“Una porzione media di patatine servita negli Usa – insiste l’esperto -, ha le stesse calorie di due o tre lattine di una bibita gassata”. L’esternazione non è piaciuta però agli americani, che su Twitter hanno espresso la loro rabbia: da chi dice che sei patatine è la quantità che mangia in un solo boccone e chi accusa il professore di ‘togliergli le gioie della vita’”. Sulla pericolosità delle patatine per la salute ci sono però molte prove. Uno studio pubblicato dall’American Journal of Clinical Nutrition recentemente ad esempio ha dimostrato che chi ne mangia due o tre volte a settimana ha un rischio di morte maggiore.

Il parere dei nostri nutrizionisti

“I dati del lavoro riportato suggeriscono come il consumo di patate fritte superiore a 2 volte a settimana sia associato a un maggiore rischio di morte – ha commentato Macorsini -. Molti fattori, tuttavia, potrebbero spiegare questi risultati. In primo luogo, le patate fritte e, le patate fritte confezionate, contengono in genere grandi quantità di grassi alimentari (tra cui grassi trans) e sale aggiunto, che può aumentare il rischio di morte, in particolare di malattie cardiovascolari (1).

In secondo luogo, un consumo maggiore di patate fritte potrebbe aumentare il rischio di altre malattie croniche, come l’obesità (2, 3), l’ipertensione (4) e il diabete (5), che sono anche potenti fattori di rischio per patologie cardiovascolari”.

“I fritti? Non più di una volta al mese”

“Pertanto – prosegue la dietista di Humanitas -, sono necessari ulteriori studi per capire se un maggiore consumo di patate fritte sia associato a CVD più elevata e mortalità per cancro a causa di un maggior consumo di acidi grassi trans, lipidi ossidati, acroleina, acrilammide, furano e glicidamide (6, 7). In terzo luogo, le persone che consumano più frequentemente patate fritte potrebbero avere altre abitudini alimentari insalubri, come un aumento del consumo di carni rosse lavorate, cibi salati e bevande zuccherate, che possono aumentare il rischio di morte (8, 9). E ultimo punto, le condizioni mediche nel lavoro sono state auto-segnalate e potrebbero aver introdotto un certo livello di parzialità. In conclusione, condivido pienamente la riflessione pubblicata su Twitter :” il cibo è piacere” quindi consumiamo i fritti “cum grano salis”: patate fritte comprese. Massimo una volta al mese in un contesto di alimentazione equilibrata“.

Riferimenti

1. Siri-Tarino PW, Sun Q, Hu FB, Krauss RM. Meta-analysis of prospective cohort studies evaluating the association of saturated fat with cardiovascular disease. Am J Clin Nutr 2010; 91: 535–46.

2. Mozaffarian D, Hao T, Rimm EB, Willett WC, Hu FB. Changes in diet and lifestyle and long-term weight gain in women and men. N Engl J Med 2011; 364: 2392–404.

3. Linde JA, Utter J, Jeffery RW, Sherwood NE, Pronk NP, Boyle RG, Flegal K, Kuczmarski R, Johnson C, Troiano R, et al. Specific food intake, fat and fiber intake, and behavioral correlates of BMI among overweight and obese members of a managed care organization. Int J Behav Nutr Phys Act 2006; 3: 42.

4. Borgi L, Rimm EB, Willett WC, Forman JP. Potato intake and incidence of hypertension: results from three prospective US cohort studies. BMJ 2016; 353: i2351.

5. Muraki I, Rimm EB, Willett WC, Manson JE, Hu FB, Sun Q. Potato consumption and risk of type 2 diabetes: results from three prospective cohort studies. Diabetes Care 2016; 39: 376–84.

6. Thürer A, Granvogl M. Generation of desired aroma—active as well as undesired toxicologically relevant compounds during deep-frying of potatoes with different edible vegetable fats and oils. J Agric Food Chem 2016; 64: 9107–15.

7. Naruszewicz M, Zapolska-Downar D, Kosmider A, Nowicka G, Kozlowska-Wojciechowska M, Vikstrom AS, Tornqvist M. Chronic intake of potato chips in humans increases the production of reactive oxygen radicals by leukocytes and increases plasma C-reactive protein: a pilot study. Am J Clin Nutr 2009; 89: 773–7.

8. Rohrmann S, Overvad K, Bueno-de-Mesquita HB, Jakobsen MU, Egeberg R, Tjonneland A, Nailler L, Boutron-Ruault M-C, Clavel-Chapelon F, Krogh V, et al. Meat consumption and mortality—results from the European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition. BMC Med 2013; 11: 63.

9. Strazzullo P, D’Elia L, Kandala N-B, Cappuccio FP. Salt intake, stroke, and cardiovascular disease: meta-analysis of prospective studies. BMJ 2009; 339: b4567.

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