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Fibrosi: nintedanib o pirfenidone riducono mortalità

La terapia tripla elexacaftor-ivacaftor-tezacaftor si associa a migliori benefici in pazienti affetti da fibrosi cistica che sono omozigoti per la mutazione Phe508del

Fibrosi polmonare idiopatica, la terapia con nintedanib o pirfenidone riduce la mortalità secondo uno studio pubblicato su European Respiratory Journal

I pazienti affetti da fibrosi idiopatica polmonare (IPF) in terapia con farmaci anti-fibrosi (nintedanib o pirfenidone) presentano una riduzione della mortalità del 37% rispetto a quelli non sottoposti a queste terapie. Lo dicono i risultati di uno studio pubblicato su European Respiratory Journal, che si basano sui risultati di un ampio registro di pazienti tedesco (INSIGHTS-IPF).

Nintedanib e pirfenidone, come è noto, sono impiegati per prevenire la progressione di malattia, gestirne la sintomatologia e prolungare la sopravvivenza di questi pazienti.

Fino ad ora, però, l’efficacia di questi trattamenti era stata oggetto di valutazione in alcuni trial clinici randomizzati con pazienti selezionati. Pazienti con IPF provenienti dalla pratica clinica reale.

La necessità di avere dati provenienti dalla pratica clinica reale ha sollecitato la messa a punto di questo studio, che ha attinto dai dati del registro tedesco INSIGHTS-IPF, lanciato alla fine del 2012, uno dei più ampi registri esistenti a livello globale, che è in grado di permettere ai ricercatori l’analisi del decorso di malattia e l’efficacia a lungo termine delle terapie antifibrotiche nella fibrosi polmonare idiopatica nella pratica clinica reale.

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 588 pazienti, i cui dati erano presenti nel registro sopra indicato, L’età media dei pazienti era pari a 69,8 anni, con una preponderanza di pazienti di sesso maschile (81%).

Questi lamentavano una durata della sintomatologia di almeno 3,5 anni precedente alla prima visita clinica. Più della metà dei pazienti aveva ricevuto diagnosi di fibrosi polmonare idiopatica in meno di un anno, e il 47% dei casi aveva ricevuto diagnosi di malattia in meno di 6 mesi.
Stando al sistema di stadiazione di malattia GAP – un indice di predizione del rischio di fibrosi polmonare idiopatica – il 20,4% dei pazienti era allo stadio 1 di malattia, il 49,9% allo stadio 2 e il 29,7% allo stadio 3.

La FVC e la DLCO rilevate durante la visita iniziale erano pari, rispettivamente, al 68,6% e al 37,8%.

I pazienti sono stati seguiti, in media, per 1,2 anni fino ad un massimo di 2 anni.

In totale, 298 pazienti erano stati sottoposti a trattamento con farmaco antifibrotico (nintedanib o pirfenidone), mentre 290 non erano mai stati sottoposti a questo tipo di trattamento.

FVC e DLCO non cambiano in modo significativo tra pazienti trattati e non trattati con farmaci antifibrotici.

Da una prima analisi è emerso, dopo 2 anni di follow-up, che la media predetta della percentuale di FVC era rimasta sostanzialmente stabile, in assenza di differenze tra il gruppo trattato e non trattato con farmaci antifibrotici.

In modo analogo, non sono state documentate differenze significative tra i due gruppi in termini di DLCO.

In una seconda analisi ristretta ai pazienti con diagnosi di IPF da un anno o meno, i ricercatori hanno documentato un outcome migliore in terminidi di percentuale di FVC e di DLCO e al test della deambulazione a 6 minuti (6MWD, che misura la capacità all’esercizio e l’endurance) nei pazienti sottoposti a terapia antifibrotica (pur in assenza di significatività statistica).

La mortalità si riduce nei pazienti trattati con agenti antifibrotici rispetto a quelli non trattati
I ricercatori hanno valutato, successivamente, la mortalità nei pazienti trattati con nintedanib (139 pazienti) e pirfenidone (159 pazienti nel corso del follow-up.

Nel corso dei due anni di follow-up, 194 pazienti, pari al 33%, sono deceduti. Settantasette pazienti (pari al 41%) sono morti per ragioni legate ad IPF – nel 20% dei casi per insufficienza respiratoria, seguita da infezioni a carico del tratto respiratorio e da polmoniti (8%), come risultato delle complicanze associate ad IPF (8%) o ad altre cause (9%). In 71 pazienti (pari al 37% del totale) non è stato possibile accertare le cause di decesso.

La mortalità per tutte le cause si è ridotta del 37% nei pazienti trattati con farmaci antifibrotici rispetto a quelli non trattati. Il tasso di sopravvivenza ad un anno di follow-up è stato dell’87% nei pazienti sottoposti a terapia antifibrotica rispetto al 46% del gruppo di controllo.
Durante il secondo anno di follow-up, i tassi si sopravvivenza sono stati pari, rispettivamente, al 62% e al 21%.

In entrambi i casi non sono state documentate differenze statisticamente significative di mortalità tra pazienti trattati con nintedanib e pazienti trattati con pirfenidone.

La mortalità dovuta ad IPF, invece, non è risultata differente tra i pazienti trattati o meno con farmaci anti-fibrotici.

Da ultimo, la mortalità per cause sconosciute è risultata più bassa del 56% nei pazienti sottoposti a terapia antifibrotica, anche se i ricercatori, a tal proposito, hanno suggerito cautela nell’interpretare il dato in ragione del più basso numero di eventi osservato in questo sottogruppo.

La FVC stabile non sembra proteggere da morte prematura
Quando i ricercatori hanno messo a confronto la mortalità tra pazienti con FVC stabile – pazienti con declino uguale o inferiore di questo valore nel corso del follow-up – con quelli con peggioramento di questo parametro (>10%), indipendentemente dalla terapia usata, i risultati hanno mostrato che la mortalità era leggermente inferiore nei pazienti con IPF stabile.

Infine, last but not least, è stata documentata anche una riduzione del 64% della mortalità nei pazienti sottoposti a terapia antifibrotica e con IPF da meno di un anno.

Nel complesso, “…lo studio ha dimostrato una riduzione significativa della mortalità per tutte le cause nei pazienti con IPF trattati con farmaci antifibrotici rispetto ad una coorte di pazienti con IPF non sottoposti a trattamento con questi farmaci – scrivono i ricercatori nelle conclusioni del lavoro”.

“Inoltre – continuano i ricercatori – l’analisi suffraga l’ipotesi che la stabilità dei parametri di funzione polmonare nel tempo, soprattutto FVC e DLCO, in pazienti con IPF non trattati potrebbe indurre ad errori dal momento che i dati dello studio indicano che la stabilità di questi parametri non sarebbe probabilmente in grado di proteggere da morte prematura”.

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