Site icon Corriere Nazionale

Coronavirus: solo per il 3% dei contagiati è letale

In Indonesia un concorso per maledire il nuovo Coronavirus. L'iniziativa è partita dall'isola di Giava: “Sfogate la rabbia”

Coronavirus: il 97% dei contagiati guarisce, solo per il 3% è letale. Parla il direttore del gruppo di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-medico

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono provocare malattie classificabili da lievi a moderate, in pratica, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie gravi. Nella prima metà di febbraio l’OMS ha annunciato che la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus è la COVID-19.

A ricostruire le mutazioni di questo nuovo virus è stato il gruppo di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-medico (UCBM) di Roma diretto da Massimo Ciccozzi che all’agenzia di stampa Dire (www.dire.it) ha spiegato come è stato possibile ricostruire le sequenze del virus che si è diffuso in Italia e nel mondo intero.

Cosa ha scoperto sul Coronavirus insieme al suo gruppo del Campus Bio-medico? 

“Abbiamo preso i genomi del Coronavirus che sono stati precedentemente isolati in Cina poiché sono stati resi pubblici e fruibili da tutta la comunità scientifica. Compiuta l’analisi filogenetica ed evolutiva del virus, abbiamo scoperto che il pipistrello è l’animale che ha reso possibile il passaggio di specie, cioè dall’animale all’uomo. Non potevamo fermarci qui chiaramente poiché volevamo capire, dal punto di vista evolutivo, come aveva fatto. Studiando il genoma ci siamo resi conto che in una proteina la ‘spike’, che è abbastanza stabile, il virus ha compiuto la mutazione. Diciamo che tutte le mutazioni a livello evolutivo avvengono per caso, non c’è una prederminazione. Nel tempo, non sappiamo quanto ci ha messo, il virus ha reso possibile la trasformazione della proteina e ciò ha consentito di compiere il salto di specie. E’ come se nel tempo, parliamo di anni, il Coronavirus avesse cercato molte ‘chiavi’ per arrivare ad aprire la ‘serratura’ che è l’uomo. Questo virus ha aperto la ‘porte’ e ha cominciato ad infettare le cellule delle alte e basse vie respiratorie. E’ così si è innescata l’epidemia”.

Questo tipo di virus è più contagioso ma meno temibile della Sars? 

“Esatto. Per arrivare a questo abbiamo dovuto studiare il genoma da un punto di vista diverso, non più dal punto di vista evolutivo ma sotto ‘pressione selettiva’ al fine di comprendere se vi erano state modificazioni in altre zone. Dopo quella di due proteine strutturali che hanno subito mutazione, la terza è stata decisiva per il salto di specie. Questo spiega perché il Coronavirus è più contagioso rispetto alla Sars del 2002-2003 ma molto meno pericolosa. Dico questo perché noi dobbiamo fare sempre paragoni con l’ultima epidemia da Coronavirus che è appunto la Sars. Per questo è sbagliato, come fanno tanti, paragonare l’infezione da Coronavirus alla comune influenza. Sono due tipi di virus assolutamente diversi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Due le mutazioni che dicevo poco fa rendono il Coronavirus molto più contagioso della Sars ma tre volte meno letale di quest’ultima. Si calcola che abbiamo raggiunto un tasso di letalità del 3% mentre quello della Sars era pari a 9,8%”.

I numeri non mettono al riparo la popolazione dalla psicosi del contagio, visti anche i nuovi casi intercettati nel Lazio. Un messaggio per la popolazione?

“Le persone devono stare tranquille perché nel 97% dei casi di infezione si guarisce. Il 3% di letalità è legato al fatto che i soggetti contagiati presentano già patologie croniche pregresse e mi riferisco ad una cardiopatia, una broncopatia cronica ostruttiva oppure un tumore. E nella maggioranza dei casi la cronicità è rappresentata da soggetti con età avanzata. Quindi da una parte il sistema immunitario di questi pazienti si è rivelato debole per l’età, dall’altra per un quadro clinico già compromesso. Va chiarito bene perciò che non si muore di Coronavirus ma si muore con il Coronavirus”.

E se un adulto o anche un giovane ‘sano’ entra in contatto con il Coronavirus cosa succede? E’ sempre obbligatoria l’ospedalizzazione oppure no? E la sintomatologia qual è? 

“Succede che guarisce. Una volta che il soggetto ‘sano’, che non ha patologie pregresse, incontra il Coronavirus presenta un quadro clinico simil influenzale nella stragrande maggioranza dei casi. Ripeto nell’80% dei casi le persone guariscono da sole senza cure mediche specifiche, un 15% ha bisogno di cure ospedaliere e un 5% può aggravarsi. Di questo 5%, che si aggrava per patologie croniche pregresse ribadisco, il 2-3% può andare incontro ad un esito infausto”.

I consigli alla popolazione? 

“Evitare luoghi molto affollati e soprattutto lavarsi bene le mani con acqua e sapone oppure alcool denaturato. Mi hanno anche chiesto se si potesse andare o meno in palestra: certamente sì, non c’è alcuna evidenza scientifica che vieta di andarci poichè non si sono registrati casi di infezione in questi luoghi. Uno dei consigli principali è quello di condurre una vita normale”.

Quali sono i prossimi step della sua ricerca? 

“Vogliamo tentare di capire quanto e dove il Coronavirus ha mutato dall’inizio dell’epidemia ad oggi chiaramente su tutti i genomi isolati dagli altri Paesi”.

Questo virus potrebbe mutare ancora?

“Il Coronavirus muta è sicuro. Ma i risultati preliminari ci hanno confermato che tali mutazioni non gli danno nessun vantaggio sull’uomo. Ad oggi non ci sono scenari differenti da quando l’epidemia si è diffusa che possano favorire COVID-19. Un grande lavoro, mi fa piacere ricordarlo, è quello che è stato svolto dall’equipe dell’ospedale Sacco di Milano guidato dal professor Massimo Galli, coadiuvato da Gianni Zender e Alessia Lai: hanno isolato il ceppo italiano del virus che ha dato luogo all’epidemia italiana”.

Qualche parola su come ha funzionato il sistema di sorveglianza italiana?

“Noi italiani abbiamo messo su un sistema di sorveglianza che funziona. Ogni tanto è giusto anche ricordare che siamo i più bravi e che non è vero che il nostro sistema sanitario non funziona. Noi sappiamo fare davvero bene le cose e questo momento di emergenza lo sta dimostrando. Vorrei anche dire che all’interno del mio team di ricerca c’è uno studente del sesto anno di medicina, Domenico Benvenuto che a luglio si laurea. E’ lui il primo nome sui due lavori scientifici e non so davvero quante università lo avrebbero fatto. Non lo nego, è il mio vanto. E poi ci sono due donne, il primario di Patologia Clinica dell’UCBM, la professoressa Silvia Angeletti, e una mia ex allieva, la ricercatrice italiana Marta Giovanetti, che ora lavora presso l’università di Rio e che spero fortemente di riportare in Italia”.

Exit mobile version