Site icon Corriere Nazionale

Malattie cardiovascolari killer numero uno in Italia

Fibrillazione atriale: apixaban

Le malattie cardiovascolari continuano a uccidere, anche se è mutato il loro volto: oggi si muore meno di infarto acuto ma di più per scompenso cardiaco

“Il cuore è un potente organo muscolare che nel corso di una vita si contrae fino a quattro miliardi di volte. Affinché possa sostenere questo enorme lavoro, è nostro dovere trattarlo bene e mantenerlo in salute“. È il consiglio del professor Filippo Crea, direttore del dipartimento di Scienze Cardiovascolari e toraciche del Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma, intervistato dall’agenzia Dire (www.dire.it) sulle malattie cardiovascolari, tra le principali cause di morbosità, invalidità e mortalità in Italia.

Autore di circa mille pubblicazioni su riviste scientifiche (la maggior parte riguardanti le cause dell’angina e dell’infarto), il professor Crea nel 1992 ha ricevuto da Rita Levi Montalcini il Premio Newburgh per “gli eccezionali contributi scientifici nel campo della ricerca cardiovascolare”, mentre nel 2015 gli è stata assegnata la prestigiosa ‘Krakoff International Lecture’ in Cardiovascular Medicine all’Università di Harvard.

– Qual è la prevalenza delle malattie cardiovascolari in Italia?

“La prevalenza delle malattie cardiovascolari nel nostro Paese è simile a quella europea: circa il 40% degli uomini e il 50% delle donne muore purtroppo per patologie legate al cuore. Le malattie cardiovascolari sono il killer numero uno in Italia, in Europa e in generale in tutto il mondo occidentale”.

– È stata fatta tanta strada per prevenire le malattie cardiovascolari, che però continuano ad uccidere. Come mai?

“Le malattie cardiovascolari continuano a uccidere, anche se è mutato il loro volto: oggi si muore meno di infarto acuto (la mortalità per infarto si è ridotta dal 50 al 10% negli ultimi 50 anni), ma di più per scompenso cardiaco, che è una frequente conseguenza dell’infarto dopo la fase acuta. Le risorse disponibili sia per la ricerca sia per l’assistenza sono inadeguate all’enorme impatto epidemiologico di queste patologie. Non sono malattie facili da curare, ma dobbiamo fare di più. Basti pensare che una donna ha una probabilità di morire d’infarto di dieci volte superiore a quella di morire di cancro al seno”.

– Infarto del miocardio e angina pectoris sono le due principali cardiopatie che interessano il cuore. Quanto sono diffuse in Italia?

“Se la mortalità legata a cause cardiovascolari è del 40%, il 25% è dovuto a malattie coronariche. Quindi in media, in Italia e in Europa, 1 persona su 2 muore di malattie cardiovascolari e 1 su 5 di malattie coronariche”.

– Le donne, rispetto agli uomini, sono trattate in maniera meno efficace in caso di arresto cardiaco e hanno minori possibilità di sopravvivenza rispetto agli uomini. È così?

“Sì, ma vale per tutte le malattie coronariche in generale, traducendosi in un peggioramento delle loro prognosi rispetto agli uomini che hanno una simile presentazione clinica. Quando le donne avvertono un dolore infartuale vanno al pronto soccorso in media più tardi rispetto agli uomini. Bisogna prestare più attenzione alle donne, che nell’immaginario collettivo sono ritenute protette dalle malattie cardiovascolari. Questo accade però solo fino alla menopausa, quando gli estrogeni sono produttivi, mentre in seguito le donne bilanciano i conti con queste patologie pagando addirittura gli interessi. Lo scatto mentale da fare, allora, è iniziare a comprendere che le donne muoiono di malattie cardiovascolari come gli uomini o più degli uomini, per questo vanno trattate adeguatamente”.

– Si è allungata la vita media e si sta andando incontro ad un invecchiamento generale della popolazione. In che maniera questo incide sulle patologie che interessano il cuore?

“L’80% degli infarti avviene dopo i 60 anni, dopo i 65 anni lo scompenso cardiaco è la prima causa di ospedalizzazione e dopo gli 80 anni una persona su 10 soffre di fibrillazione atriale. Con il passare degli anni, purtroppo, tutto tende a funzionare peggio e questo è particolarmente vero per le malattie cardiovascolari”.

Exit mobile version