Site icon Corriere Nazionale

Marina Abramović, la maestra della performance si racconta a Palazzo Strozzi

Marina Abramović, Artist portrait with a Candle (C) dalla serie Places of Power, courtesy of Marina Abramovic Archive

La prima retrospettiva italiana dedicata all’artista serba Marina Abramović, una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea. Cento opere tra performance, foto, installazioni e dipinti

Marina Abramović, Artist portrait with a Candle (C) dalla serie Places of Power, courtesy of Marina Abramovic Archive

“The Cleaner”. Come quando si fanno le pulizie in casa, e si sceglie cosa tenere e cosa buttare. Si chiama così la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’arte di Marina Abramović, in arrivo a Palazzo Strozzi a Firenze dal 21 settembre. “Come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino” spiega la settantaduenne artista di Belgrado, ormai una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea, maestra della performance dove mette alla prova il proprio corpo, i propri limiti e le possibilità espressive. “Il passato non mi interessa, l’unico momento in cui lo rivisito è quando faccio le pulizie, per questo il titolo è “The Cleaner”, voglio dare al pubblico il meglio”.

Un meglio espresso da oltre 100 opere presenti nelle sale del palazzo fiorentino, che dopo Ai Weiwei e Bill Viola prosegue con le mostre dedicate all’arte contemporanea, e per la prima volta dedica un’esposizione a un’artista donna (e replicherà nel 2019 con Natalia Goncharova): dai sotterranei della Strozzina fino alle sale rinascimentali una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, i dipinti degli esordi, prima figurativi poi astratti, e ancora oggetti, installazioni e soprattutto quelle che lei stessa definisce “re-performance”, la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance da parte di un gruppo di attori-artisti specificatamente selezionati e formati in occasione della mostra non senza qualche polemica sul compenso spettante loro, giudicato da alcuni troppo basso).

“Per me l’Italia è una sorta di seconda patria – racconta Abramović alla conferenza stampa, con una voce magnetica e calda, in un inglese fluente – fin da quando, ero una bambina, dalla Jugoslavia andavo a Trieste in treno, in seconda classe, a comprare i jeans che da noi non c’erano. Gli italiani sono così emotivi, così drammatici, ingegnosi. C’è coraggio in tutto quello che fanno, come nelle mie opere. In Italia ho fatto le mie prime mostre all’estero, a Milano, a Napoli, a Firenze e a Bologna”.

“The Artist is Present” – Marina Abramović
MoMA – New York
Photograph by MARCO ANELLI © 2010

Dopo i suoi esordi come pittrice in Serbia (in mostra anche un originale Autoritratto del 1965), è negli anni Settanta che Abramović inizia il lavoro nella performance attraverso l’utilizzo diretto del proprio corpo, con pratiche anche cruente e sanguinolente. Come in Rhythm 10, realizzata a Roma nel 1973, dove mette in scena un gioco praticato dai contadini russi, una mano aperta sul tavolo mentre con un coltello nell’altra mano si colpiscono velocemente gli spazi tra le dita. Ogni volta che si manca il bersaglio, e ci si taglia, si deve bere. O ancora Rhythm 0, dove l’artista si fa oggetto abbandonandosi in balìa del pubblico, che ha a disposizione settantadue oggetti – tra cui un martello, una sega, una piuma, una forchetta, un’accetta, una rosa, un paio di forbici, degli aghi, una penna, miele, un coltellino, uno specchio, degli spilli, un rossetto, una macchina Polaroid, una pistola e un proiettile – da usare a piacimento, per sei ore, sul corpo dell’artista. L’atmosfera si fa incandescente, la tensione cresce, le vengono tagliati i vestiti, è ferita, quasi violentata, le viene puntata alla gola la pistola carica e si mette il dito sul grilletto.

Nel 1975 conosce l’artista tedesco Ulay con cui nasce un rapporto sentimentale e professionale il cui simbolo è il furgone Citroën in cui i due hanno vissuto, viaggiando incessantemente in Europa per tre anni, esposto nel cortile di Palazzo Strozzi. Insieme creano celebri performance di coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico è costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti come fossero gli stipiti di una porta, e che viene interrotta dalla polizia, ma anche quella itinerante The Great Wall walk, quando camminano lungo tutta la Grande Muraglia cinese da due punti opposti, incontrandosi dopo 90 giorni. Alcune di queste performance sono riprodotte in mostra a Firenze, come Balkan Baroque, con cui vince il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1997: in uno scantinato l’artista pulisce una ad una mille ossa di bovino raschiando pezzi di carne e cartilagine mentre intona canzoni della tradizione popolare serba. “Sono stata io a inventare la re-performance – racconta Abramović, perché ero furiosa per il modo con cui i media come Mtv ma anche i giovani artisti saccheggiavano le performance, mie ma anche di altri artisti celebri. Avevo il dovere di mettere ordine in questo caos. Bisogna pagare i diritti, studiare bene l’originale e poi rifarla. Con la mia assistente Lindsay abbiamo creato un vero e proprio sistema di insegnamento, con lezioni e workshop. E adesso è una grande felicità vedere che il mio lavoro vive anche fuori di me, come se fosse immortale”.

Lo scorso agosto Abramović è stata oggetto di qualche polemica a Trieste, dove le era stata affidata la realizzazione del manifesto del cinquantenario della regata storica, la Barcolana. L’artista ha realizzato un lavoro che si richiama a un’iconografia rivoluzionaria, che la vede sventolare una bandiera con la scritta “Siamo tutti sulla stessa barca”. Il vicesindaco leghista ci ha letto un messaggio contro il governo, ed è partita una polemica. “Sono stata contenta che un manifesto abbia creato questa polemica con la Lega – dice Abramović – significa che l’arte ha questa capacità di svegliare le coscienze. Il manifesto può anche essere visto con un’altra prospettiva. Noi esseri umani siamo tutti su questo pianeta blu sospeso nello spazio nero”.

Sabato 22 settembre alle ore 15.30 l’artista sarà protagonista dello speciale appuntamento, sold out, Marina Abramović Speaks organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. In conversazione con Arturo Galansino, direttore generale e curatore della mostra di Palazzo Strozzi, l’artista affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo.

Info utili

Marina Abramović, The Cleaner, a Firenze, Palazzo Strozzi, dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019, aperta tutti i giorni dalle 10 alle 20 (giovedì 10-23), biglietto intero 12 euro (ridotto 9,50 euro, scuole 4 euro), tel. 055/2645155, www.palazzostrozzi.org.

Exit mobile version