Corriere Nazionale

Addio Jeelani, stella del basket vecchia maniera

Abdul Jeelani con il presidente della Lazio basket, Simone Santi

Il cestista statunitense è morto a 62 anni. La sua storia aveva commosso l’Italia

Nella foto della Fip, Jeelani con il presidente della Lazio basket, Simone Santi e l’allora numero uno federale Dino Meneghin

ROMA – Abdul Jeelani, l’uomo che ha realizzato il primo canestro nella storia dei Dallas Mavericks non c’è più. È morto mercoledì scorso a 62 anni al Wheaton Franciscan-All Saints hospital di Racine, negli Stati Uniti, dopo una lunga malattia che ha posto fine a una vita che sembra uscita da un film. Perché Jeelani, “la mano di Maometto”, incarnava lo spirito di un basket passionale e talentuoso che oggi non c’è più. Lo piange anche l’Italia, che dopo averlo lanciato nella pallacanestro che conta, gli ha offerto anche una seconda chance. Siamo a dicembre del 2010. Dimenticato da tutti, Jeelani è diventato un senzatetto. Ha perso il lavoro alla Johnson Wax, azienda di prodotti per pavimenti ed essere stato operato tre volte per un tumore. Trova un letto dove dormire alla Halo (Homeless assistance leadership organization), una struttura nel Wisconsin che aiuta i bisognosi. È qui che un manager lo riconosce e la notizia fa in breve il giro del mondo. La stella che aveva illuminato i parquet di Roma e Livorno, ma anche di Vitoria, Portland e Dallas «era senza passaporto, senza documenti e viveva come un barbone» raccontò a questo giornale Simone Santi. Il presidente della Lazio basket si interessa alla vicenda e si fa carico del reinserimento sociale dell’ex cestista statunitense. Contatta il direttore della Halo e chiede se Jeelani può tornare in Italia. Santi vuole coinvolgerlo nel progetto “Colors-L’integrazione va a canestro”. Una dozzina di centri in Italia, frequentati gratuitamente da ragazzi di 27 nazionalità diverse, e altri due in Mozambico, nella periferia della capitale Maputo. Qui, tre volte a settimana 100 bambini tra gli 8 e 14 anni, provenienti da un orfanotrofio, si allenano sognando un futuro da stelle del basket. Qui integrazione, educazione e solidarietà sono i valori fondamentali. Jeelani è la figura giusta. Nella prima telefonata con il patron della Lazio basket, non ha dubbi: «Perfecto!», risponde. Sorgono però difficoltà burocratiche. Jeelani non viaggia da venti anni e ha perso il passaporto. Inoltre ci sono problemi con il certificato di nascita per il cambio di nome. Gary Cole diventa Abdul Jeelani quando abbraccia la fede musulmana. Finalmente, nel gennaio 2011 “la mano di Maometto” atterra a Fiumicino. Jeelani collabora quindi per diversi mesi con il progetto “Colors” nelle periferie di Roma. Torna anche a Livorno, che è stata casa sua per cinque anni, dal 1981 al 1986. In riva al Tirreno incontra gli ex compagni di squadra della Libertas e i suoi vecchi tifosi. Il ritorno a pieno titolo nel suo mondo, quello del basket, è ormai cosa fatta. Jeelani, che nel frattempo pubblica anche un libro, rientra negli Stati Uniti e torna a Racine portando il progetto “Colors” nel Wisconsin. «Qui mi sento a casa, spero di dare una mano a chi sta peggio. Lo sport per me è stato sempre questo. Conoscere il mondo, stare con le persone, non il business» disse al ritorno in Italia. Talento e umanità. Questo era Abdul Jeelani, “la mano di Maometto” che oggi fa piangere chi lo ha ammirato sul parquet.

Jeelani fece innamorare i tifosi di Roma e Livorno

Jeelani in azione con la maglia della Libertas Livorno

Nato nel 1954 a Bells, Abdul Jeelani arriva alla Lazio nel 1977. Alto 207 cm, dotato di un talento indiscutibile, salva da solo quella squadra dalla retrocessione. La media realizzativa parla da sola: 32,8 punti a partita. L’anno successivo porta la Lazio basket alla storica promozione in serie A. L’Nba si accorge di lui e nel 1979 arriva la chiamata dei Portland Trail Blazers. Dopo un anno si trasferisce a Dallas, con i Mavericks prima di tornare in Italia. Dal 1981 al 1985 è la stella assoluta della Libertas Livorno, In sei stagioni realizza 5038 punti. Chiude la carriera nel 1987 dopo un biennio in Spagna con la maglia della Caja de Alava.

Exit mobile version