Da Bargnani a Kaukenas: cosa c'è dietro agli infortuni dei big?

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L'analisi del preparatore fisico della nazionale Matteo Panichi

Matteo Panichi (sinistra) con Sasha Danilovic
Roma – L’ultimo giocatore in ordine di tempo ad essere finito ko è Andrea Bargnani. Un infortunio al polpaccio ha costretto, per la seconda volta in poche settimane, il giocatore dei Toronto Raptors ad un nuovo stop. E i tempi di recupero potrebbero essere lunghi, fino a due mesi. Anche dall’altra parte dell’oceano però, nella prima parte di stagione, diversi club di serie A hanno dovuto fare a meno di giocatori di alto livello: Siena, ad esempio, si è ritrovata per alcune settimane senza Lavrinovic e Mc Calebb mentre per Kaukenas i tempi di recupero sono lunghissimi. Montegranaro ha dovuto rinunciare per due mesi al francese Tariq Kirksay, fuori per un problema ai legamenti. Meno gravi, ma pur sempre di stop si tratta, anche quelli con cui hanno dovuto fare i conti anche Anthony Maestranzi a novembre, Teemu Rannikko ad inizio anno e tanti altri giocatori. Ad accomunarli c’è il fatto che tutti hanno disputato, a fine agosto, i campionati Europei. Solo un caso oppure la fatica supplementare di Euro 2011 sta presentando il conto? Lo abbiamo chiesto a Matteo Panichi, ex giocatore in serie A con le maglie di Pesaro e Virtus Bologna e oggi preparatore fisico della nazionale di Simone Pianigiani.

Può esserci una correlazione tra Euro 2011 e alcuni degli infortuni che hanno caratterizzato questo primo scorcio di stagione in serie A e in Nba?

"Sicuramente il fatto che i giocatori impegnati agli Europei abbiano riposato poco può essere una delle cause. Tra infortuni e competizioni ravvicinate può esserci una relazione, anche se nel caso specifico degli Europei servirebbe una statistica allargata. Dal punto di vista scientifico infatti alcuni casi non possono rappresentare una verità assoluta"

Quali altri fattori possono essere decisivi?

"Nel caso di giocatori come Kaukenas o Lavrinovic, l’età avanzata può sicuramente avere un peso. Diverso il caso di Bargnani, che con la serrata Nba ha avuto più tempo per riposare e nei mesi in cui è stato fermo ha svolto un lavoro fisico individuale. In nazionale facciamo tanto lavoro di prevenzione e negli ultimi anni chi ha vestito la maglia azzurra ne ha beneficiato recuperando da infortuni precedenti, però l’Nba quest’anno è massacrante…"

Secondo lei giocatori che non hanno avuto molto tempo per riposarsi dopo l’Europeo dovrebbero in qualche modo essere preservati dai coach in termini di minutaggio?

"Non è necessario. Al termine degli Europei ogni giocatore della nazionale è tornato a casa con una scheda personale nella quale era spiegato in dettaglio il lavoro fatto ed inoltre c’è stato un rapporto diretto con preparatori e medici dei club per ogni singolo caso. C’è chi ha giocato 40 minuti a partita e c’è chi non ha giocato quasi mai quindi ogni situazione va valutata singolarmente"

Che tipo di lavoro fisico serve per giocatori che nel 2011 non si sono fermati praticamente mai?

"Oggi la preparazione è molto individualizzata in base alle caratteristiche fisiche del giocatore e c’è molta attenzione per il ruolo che occupa in campo. Se, ad esempio, si tratta di un centro servirà un lavoro specifico sui contatti. La programmazione dei carichi, comunque, avviene sempre in base alle caratteristiche del singolo giocatore"

In Italia il campionato non si ferma neppure a Natale. E in più, per alcuni club, ci sono anche gli impegni in Coppa. In linea generale secondo lei si gioca troppo?

"Le partite sono tante, ma si possono sostenere. In Nba se ne giocano di più, e quest’anno è anche peggio dopo il lockout che ha fatto slittare l’inizio del campionato e ha concentrato le partite in pochi mesi. In Italia due impegni a settimana, per i club che hanno anche la coppa, sono stressanti, ma alla fine con la giusta programmazione possono essere sostenuti"

Come è stato il passaggio da giocatore a un ruolo in cui, invece, ci si occupa dei giocatori per farli rendere al meglio fisicamente?

"L’ho vissuto in maniera abbastanza dolce. Il fatto di aver chiuso la carriera nelle serie minori mi ha permesso di avvicinarmi gradualmente a questo nuovo ruolo. Inoltre, l’esperienza accumulata in campo mi ha permesso di avere un rapporto più profondo con i giocatori e con lo staff tecnico: sotto questo punto di vista sono partito avvantaggiato"

Le manca il basket giocato?

"Oggi non più, mi sono abituato. Ho smesso quando era il momento giusto per farlo e come prima mi piaceva giocare, oggi vado pazzo per questo lavoro".

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