Dalla finestra dei "Disastri" l'uomo vola nella lotta tra l'io ed il sé

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Lo spettacolo di Goretti & Cenci saltato per il terremoto emiliano e messo in scena al Metastasio

PRATO – “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare” (Jovanotti, “Mi fido di te”)

 

“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l'atterraggio”. (“L’odio”, film di Mathieu Kassovitz, ’95)

 

Ci vuole il germe della lucida follia per sopportare a pieno, e riderne, gli scherzi del tempo, della tirannia, della solitudine, della prigionia, dell’agonia, prendendosi gioco di chi si prende sul serio. La vita è un attimo e la gloria sono chicchi di grano secchi per galline ammuffite ed esterrefatte, ogni mattina, di quanto grande e bello sia il pagliericcio stantio e sporco nella solita stia.

Ed è proprio nel titolo “Disastri”, sezionabile in dis’astri, che sta e risiede un differente posizionamento nei confronti delle stelle, del cielo, di un qualsiasi Dio, chiamalo, se vuoi, interiorità, coscienza o anima. Lì c’è la grandezza tra uomo e l’infinito che qualcuno riesce ad introiettare, facendolo proprio anche e soprattutto grazie a quel volo innaturale, a quella finestra da aprire tra l’io ed il sé e con un salto, un balzo, colmare la lacuna, riempire il passaggio.

La voce di Antonio Rezza, nella replica di “Disastri” prodotta dall’Arti Vive Festival costruita sul palco del Metastasio dopo le vicende telluriche che hanno infestato ed interessato l’Emilia, apre subito uno spaccato sul dove siamo, in quale corsia ci troviamo, resettando le voragini e mettendosi in completa audizione di quel magma pericoloso che ci porta lontano da noi stessi, quel baco che ci spinge fuori dal nostro seminato, quel bruco lucignolesco, ma non luciferino, che travalica il nostro io faticosamente eretto portandoci di fronte al fatto compiuto che non siamo immortali e quindi non potremmo mai essere eterni né tanto meno perfetti.

Una volta capito questo la distinzione tra follia e “normalità” si abbatte da sola. Cadendo questa frontiera si è più sciolti, magnanimi, onnivori nell’accogliere i voli senza ali, gli slanci indecisi, i caracollanti passi per restare in equilibrio su questo mondo. Così si combatte anche l’ansia e l’infelicità.

Tratto dagli scritti del Quaderno Azzurro ritrovato tra le macerie, i “Disastri” del quartetto Stefano Cenci-Nicolò Belliti–Riccardo Goretti-Elisa Lolli, dalle parole smozzicate e mangiucchiate di Daniil Charms riportano in superficie, come sublimazione, come essenza, come vapori alcolici della sbornia della sera precedente, il vomito e la diarrea, lo schifo delle convenzioni, delle regole che l’autore russo provava per il proprio tempo, quel sistema che tritura gli esseri (come il nostro) lasciando poco spazio alla creatività individuale, ossessivo con le tabelle, le scalette, i diagrammi, i tempi, le scadenze, le categorie.

Chi è fuori, lì rimane, le porte si chiudono e sei bollato a vita. Se sei fuori, però si possono aprire alcune porte: le porte dei riformatori, quelle delle prigioni e addirittura quelle dei manicomi. Tra battute demenziali ed altre terrificanti, tra risolini e sorrisi ma anche risa sganasciate, le storie assurde e quelle nonsense, le gag, gli sketch, qui sgomitano le parole di Charms, indifendibile ed allo stesso tempo odiabile, detestabile e proprio per questo ribelle ma senza secondi fini, puro e pulito, scheggia impazzita che sradicava i binari paralleli di un mondo fintamente retto e diritto.

Non è la forma la sua preoccupazione, ma è trovare lo snodo, il dubbio, il punto di rottura, il passaggio dal gassoso al solido, un innalzamento delle coscienze non banalmente politico e civico e sociale ma quanto interiore, personale, solingo. Charms non voleva salvare nessuno, tanto che non è riuscito nemmeno a salvare se stesso, cosa che, comunque, non gli interessava, essendosi portato e condotto all’autodistruzione, all’eliminazione volontaria, disperata ma non affranta.

“Quando comprate un uccello, controllate se ha i denti o il becco. Se ha i denti non è uccello”. Che la gente seguirebbe qualsiasi storia fino a cadere nel burrone, non fidandosi della madre ma precipitando nelle grinfie del primo raccontaballe, del gatto ela Volpe, del comizio su un palco sgangherato. Non credetemi, sembra urlare.

Cenci ha doti da acrobata circense e, nonostante la massa e la mole, riesce perfettamente a coniugare una fisicità elastica, una postura precisa con una coreografia di parole e pause, di dialettica e silenzi altisonanti da lasciare sempre uno spazio per l’applauso interiore.

Goretti, ideatore del progetto, ripercorre la strada che ha portato alla fondazione de Gli Omini, con la messinscena di quest’uomo medio, naif, ingenuo, sempliciotto e stupido tra il candore e la catarsi. Sono fiati fulminanti le battute lanciate come giavellotti olimpici, come discoboli taglienti, come coltelli appuntiti contro la donna cannone, come spine di rosa sputate con la cerbottana, frecce di curaro ad infliggere pene, a ferire la nostra accondiscendenza per decisioni altrui facendole passare, ipocritamente, per nostre scelte condivise e coscienziose. Che cos’è la psicanalisi? La non accettazione della propria diversità?

Si ha un po’ la sensazione di assistere alla fisicità sudata dei Tony Clifton Circus, un po’ alle architetture cerebrali dei Teatro Sotterraneo, qualche flash alla Quotidiana.com, lampi di Giobbe Covatta, allusioni riprese nel tempo anche da Gene Gnocchi: “Bisogna smettere di fumare per vantarsi d’aver smesso”.

Sono racconti di morti, cercate, volute, mai tristi, mai rinnegate, violente ma senza pesare su chi l’ha agita o subita, che, qui, di solito, combaciano. Le interazioni verbali sono telefoni senza fili, dialoghi tra muti e sordi, dissertazioni e discettazioni sull’imponderabile, sull’enigma, sul paradosso. Non credo che Charms pensasse che “Una risata ci salverà”. Tutt’altro. La morte lo inseguiva così tanto da averla voluta affrontare senza continuare a scappare.

Nella regia di Alessandra Aricò da sottolineare la striscia di luce parallela al fondale: quando i personaggi, le parti di quell’Io narrante, arrivano nell’occhio di bue sfilacciato di luce abbagliante si fermano, si immobilizzano, come se morissero, come manichini ormai senza più vita né verve, burattini senza fili accartocciati su se stessi, robot senza pile, automi senza spina. Nella penombra della scena invece si rianimano, nell’ombra della vita sta la vita stessa, non nella pulizia, che è fittizia, ma nello sporcarsi che si trova la verità dell’esistenza.

Elisa Lolli è alchemica nella versione della segretaria distratta, acida e inconsapevole, mentre Nicolò Belliti dimostra che è anche possibile mettere tutto il lavoro fisico svolto con il Teatro Del Carretto a disposizione di una movimentazione limitata sulla scena, tanto da risultare egualmente potente, efficace e pervasiva. Invece, con la coordinazione che si ritrova Cenci, avrebbe potuto fare benissimo anche il pugile o il cantante lirico.

“Disastri” mette in luce la stupidità di tutti noi, stupidi per arroganza, per formazione, per sopravvivenza, per ricerca della salvezza. Sono/siamo animali sulla scena che si menano per sottrarsi la parola, intellettuali in salotti che, tra sputi e schiaffi, hanno perso le sembianze cerebrali umane, arrivando alle sevizie ed alle torture, ma sempre con il sorriso sulle labbra e soprattutto senza senso di colpa.

Le storielle macabre di Charms ci portano a contatto con un serial killer alla maniera di “American Psycho”, talmente lucido e razionale e difendibile da non potervi rimanere indifferenti, anzi di sentirne la vicinanza, e anche l’abbraccio. Una grande accusa a tutto l’intellettualismo, al nostro consueto parlarsi addosso che molte volte diventa giudizio sbrodolante, sintesi vomitose, nemici da tacciare per un’autoesaltazione effimera. Troppo finto amore genera vera violenza.

 

“Disastri” di Daniil Charms, regia di Alessandra Aricò, con Stefano Cenci, Riccardo Goretti, Nicolò Belliti, Elisa lolli. Produzione Arti Vive Festival. Visto al Teatro Metastasio, il 26 giugno 2012.

 

Tommaso Chimenti

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