FIRENZE – Pinter’s anatomy. Già il gruppo Belarus Free Theatre di Minsk aveva ripreso il discorso per la premiazione del Nobel alla Letteratura, consegnato al drammaturgo inglese nel 2005, per un loro studio sul rapporto tra scrittura scenica e realtà, tra il potere messo nelle parole e quello delle dittature. Proprio partendo dalla stessa accorata ed accalorata conversazione, che rimanda alla responsabilità dello scrittore di oggi chiamato ad essere testimone ferreo dei continui cambiamenti feroci in atto in questa società disgregata e composita, i tre dei Teatri della Resistenza (Dario Focardi, sua l’idea del pezzo, Simone Faucci e Paolo Giommarelli), hanno impiantato un organismo che funziona, forse un po’ da oliare e da rendere più scorrevole e meno rugginoso in alcuni passaggi, ma l’idea convince. In uno chapiteau circense, dove ci possiamo vedere tutto il nostro mondo di nani, ballerine e show continuo, agiscono e si agitano personaggi a metà strada tra i ladri della Banda Bassotti, ingenui, le luci stroboscopiche rallegrate a ritmi frenetici ma rallentati con la musichetta resa celebre dalle Comiche e bambole gonfiabili su carrozzelle per non deambulanti. La vita è un gioco di molti stupidi che si affannano per il divertimento di pochi annoiati che alzano sempre l’asticella, la soglia, la posta in palio. Alla fine nessuno vince. E’ una roulette truccata. Rien ne va plus. Si oscilla quindi da un’atmosfera giocosa da Corrida con rincorse e calci nel sedere a estratti pinteriani dove abuso di potere, libertà negate, torture, minacce non sono letteratura ma messa in scena della realtà. Qui non potremmo dire “sono solo canzonette”. Il capobanda e lo sgherro, le aziende e gli operai, i sindacalisti da punire. Stop, stacchetto. Tutto è vero, tutto è falso in questo cabaret dove “arte, verità e politica” (la scritta luminosa che campeggia sul fondale) dovrebbero unirsi e che invece sono bollate con una patina di sorriso ammiccante: che l’arte deve stare chiusa nei musei o nei teatri ed è solamente finzione, che la verità ce l’hanno in mano le istituzioni, che la politica lasciatela fare a noi, voi fate gli artisti o guardate la televisione. Il messaggio di Harold Pinter era quello della “ricerca della realtà attraverso l’arte”. I muri si abbattono anche con le parole, anche se non urlate, Mandela eAung San Suu Kyi docet. Anche se ce la stanno mettendo tutta per convincerci del contrario. Il nemico non esiste più: è il sistema. Pinter, circo e una bella dose di buona musica britannica che, ognuna nel suo tempo, fu riconosciuta come “rivoluzionaria”. Che l’arte deve essere iconoclasta. Dai Beatles ai Clash ed esecuzioni che ci riportano a “Le iene” tarantiniane, clown follemente lucidi da Arancia Meccanica. I Madness spaccano con il loro ska in “One step beyond”: un passo oltre. Lo schema funziona, l’impaginazione cattura per vivacità nelle atmosfere da “Fahrenheit 451”, in quest’oblio orwelliano da “1984”. E poi i Queen che ci dicono che i nostri amici sono campioni, i Ramones urlano, dolci e teneri e tenui per una volta tanto, “I don’t want to grow up” (cantata anche da Tom Waits, in Italia da Fiorella Mannoia e, caustica e corrosiva, la versione di Bobo Rondelli). Siamo birilli spostabili, playmobil da prima linea, carne da cannone, fanti da scacchi, carcasse pronte al macello. Sudditi e consumatori, non più persone. Ma Woody Allen diceva: “Leggo per legittima difesa”.
“The flying Pinter circus”, a cura dei Teatri della Resistenza, da un’idea di Dario Focardi, con Simone Faucci, Dario Focardi, Paolo Giommarelli, allestimento tecnico: Nicola Savazzi.
Visto al Teatro di Rifredi il 14 aprile 2012.
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