

LASTRA A SIGNA - La formula è supercollaudata. Da anni la Compagnia del Giallo maneggia l’arte dell’improvvisazione, flessibile e manipolabile su un canovaccio rigido e schematico, tra i tavoli dove i commensali-ospiti, che per l’occasione si trasformano in ispettori e detective, con un morto ed un assassino che si cela tra i personaggi interpretati dai sei attori che compongono il collettivo. Un gruppo (in sette anni oltre 300 repliche messe in scena) che tra pochi giorni, ad inizio febbraio, volerà a Santander, nella Spagna del nord, dove, dopo aver effettuato nei mesi scorsi lunghi casting, andrà in scena la prima cena con delitto, format ripreso appunto da attori iberici. Una bella sfida, un guardare avanti in un momento di lamentele e crisi diffusa. Il nuovo testo, ultimo arrivato alla lunga collezione dei Giallisti (www.compagniadelgiallo.it), è “Cena di classe”. Viene in mente la pellicola "Compagni di scuola" di Carlo Verdone oppure l'omonima canzone di Antonello Venditti. Il format è lo stesso delle altre avventure. Servono tanti invitati ad un unico evento che si svolge in un luogo chiuso. Molte invidie e misteri e sospetti. Soltanto nel mese di febbraio ritorneranno in scena (sono tantissime ogni volta le richieste per le cene col morto a Villa Caruso Bellosguardo) con “Circo-lo vizioso” sul mondo circense, “Cattive azioni”, ambientato durante un consiglio d’amministrazione, “Hotel Regina”, appunto all’interno di uno scenario d’albergo. L’improvvisazione è tutto, il botta e risposta con il pubblico deve essere fresco, diretto, all’impronta, senza tentennamenti, senza meccanismi arrugginiti. E Alberto Orlandi e soci lo sanno fare a meraviglia. In questa “Cena di classe” i vecchi compagni di liceo si ritrovano per festeggiare i venticinque anni dalla maturità. Come sempre un fatto di sangue rovinerà l’atmosfera prima gioiosa e poi velata di noir. Ogni tavolata, stavolta, prende il nome da una materia scolastica. Il contorno è articolato e ben composto. Ritagli di giornale, indizi sparsi, date, documenti, la piantina del locale, le fotografie degli oggetti, ritrovamenti, telefonate, intercettazioni, autopsie. Bisogna essere cresciuti a pane e Ispettore Colombo, con briciole di Derrick, molta Signora in Giallo, antipasti di C.S.I., un po’ di Coliandro, gocce di Don Matteo, una ventata di Sherlock Holmes, una spruzzata di “Cuore e batticuore”, tante pagine di Agatha Christie e Conan Doyle sulle spalle. Bisogna avere ben chiaro in testa il plastico di Cogne di Bruno Vespa. Essere “colpevolisti” e non garantisti. Perché l’assassino è lì davanti a noi, resta soltanto da scoprire chi, come e perché. Non è facile. Il gruppo teatrale è affiatato. Si danno supporto, si sostengono, tengono le fila, padroneggiano la scena con alle spalle l’immenso camino della villa che fu del tenore partenopeo (www.villacaruso.it). Dopo la presentazione dei personaggi, dopo il primo piatto, l’omicidio arriva a interrompere bruscamente l’idillio. Vecchi rancori riaffiorano e non tutti sono così amici come si pensava che fossero. Gli amori passati, le gelosie mai sopite, uno sgarbo che si è perduto nel tempo, angherie vetuste, tutto riaffiora, come l’alcool del giorno prima, come un mal di testa da sbornia e sembra che tutti i possibili colpevoli sulla scena, come in tutti i buoni gialli che si rispettino, avessero più di un buon motivo per eliminare il cadavere ancora caldo. Cominciano così, con il boccone in bocca, le concitate e convulse consultazioni tra gli spettatori al tavolo. Ognuno con la sua tesi, le prove del complotto, la sua spiegazione infallibile, la sua analisi dei fatti. Ognuno che vuole convincere gli altri. Vince chi ottiene la maggioranza, chi riesce a persuadere gli altri della veridicità e della bontà delle proprie speculazioni intellettuali, delle proprie elucubrazioni cerebrali. La parte più divertente e spigliata rimane sempre il momento delle domande ai vari protagonisti (stavolta un super Fulvio Ferrati, ispettore pluribocciato e tartagliante ma esplosivo nelle sue battute feroci, Chiara Ciofini la chiromante svampita, Carolina Gamini moglie del defunto e cantante fedifraga, Piera Dabizzi sociologa supportata dalla scienza e dal metodo, Alberto Orlandi nella doppia veste del deceduto e del socio di quest’ultimo) nel quale è il pubblico che può dare libero sfogo alle sue richieste, dalle più assurde e bislacche, a quelle pepate e piccanti, a quelle irriverenti e ironiche. Le repliche successive godranno anche dell’apporto, nella loro scorrevolezza e godibilità, della platea mangereccia delle puntate precedenti. L’interattività qui è reale e non è soltanto una pratica rimasta in teoria. La fantasia al potere.
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