
LARI – C’è un uomo meschino e viscido, piccolo ed insoddisfatto che crede di aver capito il mondo e di tenerlo in pugno. E’ l’opposto. C’è un uomo che a definirlo medio (non certo Rezza ma la sua trasposizione delle nostre bassezze) gli si fa un favore, un complimento. Ci sono atteggiamenti sdoganati, accettati, quasi necessari, per confermare lo squallore, l’inutilità della massa, la cialtroneria inconsapevole dello stare al mondo. Ci siamo difesi con tutte le armi, la resistenza è finita, vinti e sconfitti abbiamo sorriso al nemico facendocelo non soltanto amico ma addirittura elevandolo a status symbol, a idea da raggiungere, a bisogno indotto d’autostima. Rezza svela, ed è un controsenso, attraverso i buchi ed i tagli delle opere d’arte della Mastrella che lui “abita”, più che impersonare, i luoghi comuni passati al senso condiviso, la nefandezza della stupidità elevata a “saper vivere” o al “saper stare in società”. L’(australo) Pitecus inganna se stesso e si piace, si compiace di non essere stato scoperto ma si meraviglia anche della stupidità altrui tanto da ritenersi non soltanto intelligente ed arguto ma anche furbo e subdolo ed artefice del proprio progresso, non accorgendosi di avere fili da burattino, strade da percorrere già ben segnate, desideri propri che altri stanno decidendo a tavolino e che, ugualmente, lo faranno sobbalzare, sognare, illuminare gli occhi, saltare sulla sedia dicendo: “Lo voglio”. E pensando di essere unico, originale, inimitabile. Copie, emuli, stampini, automi a rincorrere carote tirando il carro. E la chiamano vita. Una sequela di personaggi acidi e cinici, una carrellata frontale che emerge quasi solo con la testa, pensante?, che si affaccia alla finestra del mondo e impaurito, dopo aver proferito le sue verità basse e banali, rientra come tartaruga all’interno del guscio materno, protettivo, caldo delle proprie miserevoli certezze. Decine di tessuti spostati come la tenda della doccia di Psycho. Come in un circo escono le folli comune stranezze umane, il solo e abbandonato che altri vogliono andate a trovare per forza e contro il suo volere, le sorellastre di Cenerentola. Sculture come burqa che incastonano il mento ed i riccioli di un Rezza formidabile (gioca in un sketch con i cognomi ridefinendo la coppia d’artisti “Recchia-Mascella”), caricato a molla, instancabile nell’attaccare il suo specchio, cioè il pubblico, in una continua guerriglia di colpi bassi (“tra voi ed i morti l’unica differenza è il processo di decomposizione”, “adesso sospendo per manifesta superiorità”), una dialettica tambureggiante tra il suo SuperIo e la massa devota ai suoi piedi, sottolineandone le mancanze, la scarsa intelligenza ed arguzia e finezza, il pressappochismo ed il qualunquismo di chi si siede (in qualsiasi ambito della vita) ed aspetta che siano gli altri che facciano. C’è l’elemosina finta per pulirsi la coscienza, le famiglie che non riescono a gestire l’omosessualità del figlio, la donazione di organi per soldi per poi essere costretto a comprarsi le protesi per poter campare decentemente, le preghiere, arrotolato come una caramella da scartare, definite clientelismo, massoneria, mafia, la pedofilia tra le quattro mura domestiche, le Crociate, Giovanna D’Arco, le bestemmie, il progettista di barriere architettoniche per fare stragi di handicappati che si scontra con la progettista con una gamba sola che vuole far diventare tutti menomati, il depresso che non riesce ad alzarsi dal letto e passa così le sue giornate fantasticando su quello che farà (“rimettiamoci a dormire che quando siamo svegli la tristezza si impadronisce di noi”). Rezza è un extraterrestre nel nostro panorama teatrale, graffiante, coraggioso. Un uno contro tutti debordante, divertente, aggressivo, insolente, audace con brio, irascibile, eccitante, ti tiene sulle spine, ti provoca, ti mette alla corda. Non è per cuori deboli. Una sfida al pensiero omologato, ai cervelli andati in yogurt. O lo ami o lo odi. O lo ami o lo ami. Visto a Lari al Festival “Collinarea” il 27 luglio 2011
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