Mangiare è un po' conoscersi, amarsi e forse odiarsi

Recensione a "Can you eat me?", al Festival Collinarea a Lari (Pi) fino al 30 luglio

LARI – Se a Lari fai una piccola aggiunta, un minuscolo cappello introduttivo, un preambolo infinitesimale, un suffisso leggero diventa “felici”. Una frazione lì accanto fa “Aiale” che, sempre con la decimale prefazione ed addizione, si tramuta ben presto in “suini”. Prima cosa in un paese nuovo, in un festival vergine (forse è rimasto soltanto l’olio), è prendere le scarpe da ginnastica ed ispezionare i paraggi come segugio. Oggi, non so quante volte mi sono perso. Perdere è un po’ trovarsi, dice la filosofia spicciola. Ma noi delle monetine non sappiamo che cosa farcene. Ho sbagliato strada infinite volte, ma Gino Paoli diceva che erano giuste anche le strade sbagliate. Ok, mi fido della pallottola incastrata nel cranio e tiro avanti. Ho incontrato un bambino dai capelli rossi che sembrava Pel di Carota ma più in carne e sicuramente più felice del piccolo tisico letterario. Mi ha indicato la strada: errata. Errare, andare, viandante. Alla ricerca. Però sorrideva. Ho incrociato un anziano su una salita che si è preso un coccolone perché non se l’aspettava, assorto nei suoi pensieri, tipo l’Albachiara vaschiana, e pensando fossi un cane ansimante è sobbalzato sul ciglio della carreggiata. Però sorrideva. Ho visto una nonna con due nipoti ed altrettanti denti in bocca. Però sorrideva. Tanti cani alla catena. Due no. Il primo, mignon come quello che si attacca ai gemelli di famiglia al poveretto di turno in “Tutti pazzi per Mary” (non è “Mery per sempre”), mi ha rincorso per decine di metri cercando la caviglia come un mastino di centrocampo che ramazza rotule e menischi. L’altro ha ringhiato, ci siamo guardati come in un western di Sergio Leone. Sono avanzato a passo d’uomo, lui è rimasto fermo a zampa di cane. Dopo lungo girovagare e circumnavigare la vallata intorno a Lari, sono riuscito a rientrare a Crespina, che non è il diminutivo femminile del centravanti argentino ex Inter, dove alloggio. Una doccia, tanto per allagare il bagno. Che inizi la prima giornata al “Collinarea”. Ti mangerei, dice la mamma al suo bambino. Ti mangerei, dice il fidanzato alla ragazza. Non è soltanto metaforico il lavoro di Elvira Frosini incastrata nelle catacombe e segrete del Castello di Lari, corridoi freddi ed umidi e rancidi, porte a gabbia, ferro che sembra di sentirlo nelle ossa, sui denti, sul palato. L’amore è una prigione dai bassi istinti. “Vuoi mangiarmi?”, chiede un ammasso di capelli sulla faccia, come il cugino It della famiglia Addams, ben piantata a gambe larghe immobile. “Can you eat me?”, che è un “puoi”, quasi sfida ma detta soffice, senza l’aria arrogante della battaglia, dello scontro. E’ una fame atavica che ci prende, ci trasporta in lidi animaleschi, rantoli da digestione, rutti cavernicoli, stomaci in subbuglio, rigurgiti e rumori profondi ancestrali. Non può non venire in mente il Conte Ugolino dei versi danteschi. Non può non arrivare la suggestione di quell’uomo tedesco che mise un annuncio sul giornale cercando qualcuno che lo mangiasse. Trovò un eccitato volontario ed insieme si mangiarono di gusto, come fosse rognone, a tavola come una famiglia qualsiasi a cena, testicoli e pene dell’evirato, prima che il dissanguamento facesse il proprio corso. Dimmi che cosa mangi e ti dirò chi sei. Il cibo che evoca la Frosini ci porta in due distanti periferie: un erotismo viscido, sudato e marcio, mellifluo come solo può essere la gattona Marylin che “canta” ammiccante i suoi auguri al Mister President e si fa cibo, carne da succhiare, da spolpare, che diventa lei stessa, per transfer, torta di panna, non dalla quale uscire sghignazzante, da finire a cucchiaiate, a ditate. Le donne non vogliono essere comprese, ma prese, diceva un personaggio in una pellicola di Tinto Brass. Anatomicamente la femmina mangia, accoglie, prende in sé, ma è anche merce di scambio, roba da spostare, avere, possedere. Ed il possesso maggiore, il tesoro quello che nessuno potrà toglierti sta nella fortezza, nella cassaforte della pancia, racchiuso nello stomaco. A meno che tu non sia il pescecane e SuperPinocchio non venga a riprendersi il paparino. Dall’altra parte il lato patologico emerge nella figura di questa creatura, umana e sconfitta, la strega di un Halloween che non prevede dolcetto, un Blair Witch Project che s’incarta su se stesso. Il fiero pasto sono anche bordate per il consumo capitalistico di sostanze nutrienti, mentre tutto un mondo sta a guardare con la bava alla bocca. La prossima guerra mondiale sarà per l’acqua. Sette minuti, lo stesso tempo che impieghiamo per trangugiare un Macburger. In sette minuti non cuoce nemmeno la pasta. Parole rimesse come vomito, nello stesso gesto vitale dell’uccello che dà nutrimento ai suoi piccoli affamati ed urlanti in cima al nido. Ci cibiamo di scarti e quindi lo diventiamo, lo siamo. Potrei mangiarmi, anche la morale cristiano cattolica perde pezzi e colpi.

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