“Collinarea” spiega le “Ri-esistenze”

Commedie, monologhi e concerti in provincia di Pisa

Il borgo di Lari, in provincia di Pisa

Il cantante Bobo Rondelli chiuderà il festival

Lari - Il disegno in locandina indica un giovane, stile Bobby inglese un po’ arancia meccanica, che se ne sta a braccia conserte. Tutto nero, solo il sorriso è di rossetto. Durezza e dolcezza. Tra Lari e Ponsacco, siamo nella provincia pisana, si sviluppa da tredici anni il festival “Collinarea” (questa edizione va dal 21 al 30 luglio). Tre, quattro spettacoli per serata. “Ri-esistenze” è il titolo, e parla già da solo: “Collinarea vuol essere, rappresentare e dare colore ai luoghi dell’anima, un’anima che vive grazie all’emozione, alla voglia di esistere e “riesistere” in questo paese dove l’arte, la cultura e l’umanità dell’uomo rischiano di diventare elementi secondari della vita quotidiana. Questo è l’anno della resistenza culturale, l’anno in cui il teatro è orfano di un sistema politico e sociale che abbandona il figlio prediletto. In questi momenti così bui in cui la facile tentazione è lasciar perdere tutto, nascono le cose più belle, gli stimoli ideali per continuare a crederci, le energie necessarie per continuare la ricerca di un sogno, la voglia di dimostrare che credere in ciò che si ama, alla vita stessa, è l’azione più importante da compiere per vincere contro ogni arroganza, contro chi vuole una società televisiva e addormentata, contro chi ci vuole felici a momenti e terrorizzati per il resto della giornata”, recita il manifesto programmatico. Una carrellata di artisti bella, piena, viva, per pensare anche se è estate. In quest’ottica la celebrazione al contrario dei 150 anni dell’Unità del nostro Paese con “Terroni d’Italia” (il 21) di e con Fulvio Cauteruccio, che già dal titolo fece discutere. Il pezzo, che è stato ospite anche al Festival delle colline torinesi, ci mostra come il brigantaggio sia una parola coniata dal Nord per emarginare le richieste locali, come i Savoia abbiamo fatto del Regno delle Due Sicilia carne da macello e terra da depredare, che i guai del Sud arrivano da lontano, che mafia e monnezza attuali sono il prodotto di secoli di avvilimento culturale, intellettuale, lavorativo, istituzionale. Gli Egumteatro, con il punto da argento vivo Tommaso Taddei in scena, ci spiegano la lucidità folle di un serial killer in “Quanto mi piace uccidere” (il 22). Tra le truculenze del caso, viene quasi da dargli ragione. Il delicatissimo Roberto Abbiati, attore, musicista e tipografo si autodefinisce, ci viene incontro con il suo “Riccardo infermo, il mio regno per un pappagallo” (il 22), sanguinario e paralitico, sulla sedia a rotelle, gioca come un bambino e strascica il dialetto lumbard. Ancora da vedere: l’interessante lavoro di Oscar De Summa con “Straniera” (il 23), indagine sul bisogno e sulla necessità della violenza nella società, violenza che se indirizzata verso un parafulmine ricompatta la società civile risanando le tensioni collettive. Come dire che una piccola dose di violenza serve per non usarne molta di più in futuro. Il concetto della pentola a pressione che con un minimo sfogo riesce a non farsi esplodere. Silvia Paoli (il 24) con il comico e poetico “Livia”: “Avevo bisogno di parlare di donne senza che la protagonista del monologo fosse una vagina o una vedova, un’aspirante suicida o una supereroina. Livia è una persona normale, media, è una single che aspetta il Principe Azzurro”. Luoghi scenografici come fondale: il teatro di Lari, il Castello, il chiostro della seta, Piazza Vittorio Emanuele, Villa Curini, Cinema Teatro Odeon di Ponsacco, Piazza Matteotti, il Borgo Medievale. Eccoci ai big, tutti nella stessa serata (il 27). Prima il genio di Antonio Rezza con “Pitecus”, come sempre folgorante, decisivo, elettrizzante. Rezza o si ama o si odia, non è da mezze misure. Con il suo corpo abita le opere d’arte costruite e ideate da Flavia Mastrella, i tagli nei tessuti dove metterci la faccia. In tutti i sensi. A seguire il grande attore argentino, una vita passata in Bolivia ed adesso in Italia, Cesar Brie in “120 chili di jazz”, assolutamente da non perdere: “Ciccio Méndez vuole entrare ad una festa per vedere la sua innamorata, che non sa di esserlo. Decide così di fingersi contrabbassista del gruppo jazz che allieterà la serata. Non sa suonare il contrabbasso, ma con la sua voce da uomo delle caverne imita alla perfezione il suono delle corde. Dietro questo racconto si celano tre amori. L’amore non corrisposto per una donna per la quale si finirebbe all’inferno; l’amore per il jazz, l’amore per il cibo”. Info: per seguire l’intenso ed articolato programma www.collinarea.it

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