
«È un film poliziesco, un punto di vista per raccontare la violenza, che investe la società di oggi». È questa la chiave di lettura che il regista Stefano Sollima dà del suo film “A.C.A.B.” da venerdì scorso al cinema. Tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, “A.C.A.B.” è l’acronimo di «All cops are bastards» (tutti i poliziotti sono bastardi) un motto che, partito dal movimento skinhead inglese degli anni Settanta, è diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi. «Il film, nonostante sia immerso nei fatti più sanguinosi e inquietanti degli ultimi anni, non vuole essere un film di denuncia sociale, o meglio, non solo. È soprattutto una storia di uomini - spiega Sollima, che proprio con questa pellicola fa il suo esordio cinematografico -. La storia è un viaggio nel mondo chiuso e controverso del reparto mobile, spesso guardato con distacco da tutto il resto della Polizia e con sospetto e diffidenza dai cittadini. La storia di Cobra, Negro e Mazinga, tre celerini storici, interpretati da Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, e della giovane recluta Adriano (Domenico Diele) mi ha permesso di raccontare il reparto mobile con un inedito sguardo dall’interno, sullo sfondo dei più sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi anni. È proprio attraverso i loro occhi che faccio un viaggio nell’odio e nella violenza che colpisce la nostra società. Loro sono un corpo che stanno sempre al centro degli eventi più caldi, per questo non è stato facile raccontarli, dopotutto è il primo film che li fotografa così da vicino». La pellicola ci catapulta nel momento più delicato delle esistenze dei tre celerini, quando la vita privata arriva alla resa dei conti, incontrano “il futuro” che ha il volto della giovane recluta, Adriano, appena aggregata al loro reparto. E sarà la sua educazione alla legalità, all’ordine e all’applicazione anche violenta della legge, la lente per raccontare il reparto mobile con un inedito sguardo dall’interno. Il racconto, ripreso in modo asciutto e realistico fa si il pubblico non si identifichi nei protagonisti: «Il mio intento non è quello di far suscitare simpatia o empatia nei loro confronti. Non c’è un buono con il quale identificarsi, non si sta né da una parte né dall’altra. Il mio consiglio è quello di andare a vedere il film con la mente sgombra e di godersi la visione, perché credo che, nel bene o nel male, è una storia che faccia riflettere». Ma, nonostante le polemiche che ruotano intorno al film per gli argomenti che evoca: dal G8 di Genova nel 2001, alla morte dell’ispettore Raciti, al caso di Giovanna Reggiani, aggredita e uccisa, fino alla morte di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso da un colpo di pistola esploso dall’agente della stradale, la Polizia non ha espresso opinioni a riguardo: «Loro sono molto guardinghi nel parlare - prosegue il regista - ma penso che le polemiche, sia prima dell’uscita che dopo, non possono che essere costruttive. Dopotutto, una pellicola e una storia devono far discutere altrimenti non hanno nessun valore». Stefano Sollima confessa anche che, questo “particolare viaggio” fatto grazie alla sua prima regia cinematografica, lo ha profondamente segnato: «Raccontare questa storia è stata un’esperienza che mi ha arricchito, ma non mi ha certo fatto cambiare opinione su determinati argomenti e situazioni successe».
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