Roma - Nessuno quasi lo ricorda più. Eppure è stato colui che gettò le basi del miracolo economico italiano. Il Paese era uscito appena dalle macerie della guerra e le tensioni sociali alimentate dal partito comunista lasciavano presagire il peggio. Nato a Valdengo, in provincia di Biella nel 1902, in una famiglia contadina Giuseppe Pella si laurea in Scienze Economiche e Commerciali a Torino, intraprende la professione di dottore commercialista ed è subito chiamato ad insegnare nelle università di Torino e di Roma. Negli anni della Liberazione aderisce alla Democrazia Cristiana schierandosi con la destra del partito. Proprio per questa sua collocazione sarà tacciato sia nel suo partito che dagli avversari politici di essere un liberista cristiano (definizione che all’epoca aveva il valore di un insulto), una sorta di sfruttatore dei lavoratori perché propugnava la libertà di iniziativa in economia e il libero scambio di mercato. Lo definivano un “contabile” o un “ragioniere”. Ma, chiamato da De Gasperi alla guida dei dicasteri economici, seppe operare in modo da ridurre il deficit pubblico ed incentivare il miglioramento delle condizioni e del livello di vita nel Paese. Sotto la sua gestione il disavanzo del bilancio dello Stato, che ammontava nel 1948 a 844 miliardi scese nel 1953 a 180 miliardi. Insomma Giuseppe Pella può a ragione essere considerato il maggior politico biellese del Novecento e tra i più prestigiosi dell’economia e della politica italiana del dopoguerra. L’apice della carriera politica Giuseppe Pella lo raggiunge nel 1953. È quello un anno cruciale per il Paese. Si apre con uno scontro durissimo in Parlamento in quanto la Dc di De Gasperi vuole introdurre nella legge elettorale un “premio di maggioranza” che prevede l’assegnazione del 65 per cento dei seggi alla Camera per quella coalizione che nelle elezioni raggiunga il 50 per cento dei suffragi (premio di maggioranza che oggi esiste nella attuale legge elettorale). Contro questo provvedimento insorge tutto il partito comunista definendolo “legge truffa”. Si verificano scontri in Parlamento e nelle piazze. Alla Camera il ministro Pacciardi ne esce ferito e La Malfa, leader del partito repubblicano, viene preso a schiaffi. La legge comunque passa. Parri, Terracini, Pertini, Scoccimarro salgono al Quirinale per protestare con il Presidente della Repubblica. Vorrebbero che Einaudi non promulgasse la legge. Cosa impossibile. In questa atmosfera si va al voto. La Dc già pregusta un grande successo, il Partito comunista (a marzo è venuta a mancare la guida spirituale del comunismo internazionale, Giuseppe Stalin) teme il tracollo. Ma dalle urne esce un risultato a sorpresa: per soli 57mila voti la coalizione guidata dalla Democrazia Cristiana non raggiunge il quorum per aggiudicarsi il “premio di maggioranza”. È una sconfitta durissima innanzitutto per il leader della Dc, Alcide De Gasperi. Poiché il numero di schede nulle è altissimo (un milione e 300mila alla Camera e un milione e centomila al Senato) qualcuno vorrebbe che le elezioni fossero invalidate. Fortunatamente questa ipotesi non passa: avrebbe spaccato il Paese e determinato tensioni forse incontrollabili. Il dato che è emerso dal voto ha premiato la sinistra ma soprattutto ha fatto compiere un balzo alla destra (i monarchici passano dal 2,8 al 6,9 per cento, il Movimento Sociale Italiano dal 2 per cento al 5,8). Incaricato di formare il nuovo governo De Gasperi, che è a Palazzo Chigi dal 1945, si presenta alla Camera con un monocolore. Ma non ottiene la fiducia. A questo punto entra in scena Giuseppe Pella. Il presidente della Repubblica Einaudi, che è stato suo insegnante all’università, lo incarica di formare un Esecutivo di cui viene sottolineata la provvisorietà: sarà un governo d’affari con il compito di arrivare all’approvazione della legge di bilancio senza nessuno scopo politico. Ma sarà un governo (ottenne senza problemi la fiducia in Parlamento) che, come ha ricordato di recente Napolitano nella sua visita a Biella, «durò poco ma servì». Un governo chiamato ad affrontare la grave crisi internazionale per Trieste. Pella rimane alla guida del Governo dall’agosto ‘53 al gennaio ‘54. Negli anni successivi si dedica al lavoro di partito e dà vita alla corrente “Concentrazione” alla quale aderisce anche Giulio Andreotti e promuove l’elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica contro il candidato di Fanfani, l’indipendente Cesare Merzagora. Negli anni successivi Pella ricoprirà altri incarichi governativi. Si spegne a Roma nel 1981.
Battesimo per la Tv
Il 3 gennaio 1954 nasce la Tv italiana: nel giorno di esordio si contano solo ottantamila apparecchi. Un televisore costa dodici mesi di stipendio di chi ha un reddito medio. Scrive un giornale: «Di questo mezzo di comunicazione o, se vogliamo, di espressione, il lato che più colpisce lo spettatore comune è l'immediatezza. Sorprende cioè la constatazione che mentre noi siamo seduti comodamente in poltrona davanti a un televisore, a centinaia di chilometri di distanza, in quello stesso istante, si svolga l’avvenimento che ci viene messo sotto gli occhi. È questa, crediamo, anche l’impressione che devono avere riportato le autorità e gli invitati convenuti ieri al centro trasmittente di Torino, sulla collina dell’Eremo, per la cerimonia inaugurale…Per il momento non è possibile fare previsioni, se non molto caute, sull’aumento dei televisori nella nostra penisola. Si pensa tuttavia che con l’inizio delle trasmissioni regolari si possa arrivare, in poco più di un anno, a circa mezzo milione di apparecchi. Da ieri quindi abbiamo 32 ore di programmazione fissa settimanale più le ore per le riprese dirette di avvenimenti di attualità».
Per Trieste uno scontro a muso duro con Tito
Nei pochi mesi di Governo Giuseppe Pella, che ha riservato a se stesso la guida del dicastero degli Esteri, si trova a dover affrontare a muso duro la “questione giuliana”, cioè la controversia con la Jugoslavia su quelle aree (Venezia Giulia, Istria, Dalmazia) che erano entrate a far parte del territorio italiano dopo la prima guerra mondiale. Sul finire della seconda guerra mondiale per queste terre è un susseguirsi di stragi compiute dai partigiani di Tito (la tragedia delle foibe), di rappresaglie tedesche e di bombardamenti alleati. Il trattato di pace assegna alla Jugoslavia quasi tutta l’Istria, la Dalmazia e la città di Fiume; rimangono italiane metà di Gorizia e Monfalcone, mentre restano ancora contese l’Istria settentrionale e l’odierna provincia di Trieste. Il territorio di Trieste è diviso in due aree: Zona A, amministrata dagli anglo-americani e Zona B in mano alla Yugoslavia. Nel settembre del 1953, il presidente del Consiglio Giuseppe Pella, riesce ad ottenere dagli anglo-americani, una dichiarazione con la quale le due potenze si impegnano a lasciare all’Italia l’amministrazione della Zona A che comprende anche la città di Trieste. Il 3 novembre 1953 la gente scende in piazza a Trieste per festeggiare il 35° anniversario dell’entrata delle truppe italiane. Gli anglo-americani sparano sulla folla. Sei morti. Oggi li ricorda una lapide: Saverio Montano, Francesco Paglia, Pierino Addobbati, Leonardo Manzi, Erminio Bassa e Antonio Zavadil. La Yugoslavia minaccia di annettersi la zona B che già controlla. Pella risponde schierando l’esercito al confine e la flotta nell’Adriatico. A Trieste cresce la protesta. Gli inglesi intervengono con truppe in assetto da guerra. Gli statunitensi, invece, si chiudono nelle caserme. Il governo italiano protesta duramente; gli americani prendono le distanze dagli inglesi, affermando che la polizia civile triestina ha agito sotto ordini britannici. Ma a questo punto la diplomazia internazionale si è messa al lavoro. Il partito comunista italiano è spaccato sulla questione di Trieste: da un lato la c’è la linea ufficiale del partito, abbastanza ambigua. Dall’altra c’è la posizione di Vidali, triestino, esponente storico del comunismo internazionale, che rivendica l’italianità di Trieste. Tito è costretto a far retromarcia. Ma per arrivare a una definizione della questione bisognerà attendere il 10 novembre del 1975 quando sarà firmato il trattato che chiude le questioni territoriali con la Jugoslavia, con la cessione della Zona B a Tito mentre la Zona A con Trieste sarà italiana.
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