Roma - Raccontare De Gasperi è impresa ardua. La sua vita travagliata, i difficili anni della formazione, il ruolo che ha avuto nella nascita dell’idea di un’Europa federale, la capacità di essere uomo di Stato e non di partito, la sua semplicità, la sua modestia, la sua cristallina vita privata: riassumere in un articolo “tutto” De Gasperi sarebbe riduttivo. Un aspetto della sua vita l’ha raccontato in un libro sua figlia, Maria Romana. Un libro che andrebbe letto perché, come scrisse Montanelli, «nello stagno purulento e puzzolente dell’attuale vita politica italiana, è come un tuffo in un’acqua di fonte alla sua sorgente». Si racconta che il nonno di Alcide arrotondasse il magro stipendio di guardia forestale scendendo quotidianamente a Trento e risalendo a Sardagna per portarvi il pane non essendoci allora in paese un forno e che suo padre aveva lavorato per anni come spalatore di ghiaia prima di essere assunto nella gendarmeria. Il Trentino, a quell’epoca, faceva parte dell’impero austro ungarico. Appunto a Pieve Tesino nasce il 3 aprile 1881 Alcide. L’anno successivo Mario, con un destino molto diverso dal fratello (si fece infatti prete ma morì a soli 24 anni per un'infezione di difterite contratta assistendo un giovanetto). Negli anni dell’Università – che poté frequentare grazie ad un certificato che attestava che la sua famiglia era povera – Alcide conosce don Romolo Murri, fondatore del movimento democratico cristiano. Giovanissimo giornalista e sindacalista Alcide entra presto nelle file del movimento irredentista cattolico che sostiene l'indipendenza del Trentino dall’impero asburgico. Nel 1911 è eletto deputato al parlamento austro-ungarico di Vienna proclamando la ferma volontà di annessione della popolazione trentina all’Italia. Con la fine della Prima guerra mondiale nel 1918, il Trentino è annesso all’Italia e De Gasperi è tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (nato nel 1919 ad opera del sacerdote siciliano Luigi Sturzo) divenendone parlamentare nel 1921. A un anno dalla “Marcia su Roma” che portò il fascismo al potere, De Gasperi prende il posto di don Sturzo, mantenendo una ferma linea di opposizione al regime mussoliniano. Tant’è che l’11 marzo 1927 lo arrestano nella stazione di Firenze mentre è in viaggio con la moglie verso Trieste Lo accusano di tentato espatrio clandestino. Sarà liberato dopo oltre un anno grazie all’interessamento del vescovo di Trento che si rivolge direttamente al re Vittorio Emanuele III. Entra quindi in Vaticano dove ottiene l’incarico di bibliotecario. Da lì partecipa alla riorganizzazione clandestina del Partito Popolare che, nel 1942, prende il nome di Democrazia Cristiana. Ne diviene segretario nel 1944. Da quell’anno e fino al ‘53 De Gasperi è sempre al governo, prima come ministro degli esteri e, dal dicembre 1945, come presidente del consiglio per otto successivi mandati. Dedica tutte le sue forze alla ricostruzione del Paese e gestisce i giorni difficili del referendum del 2 giugno ‘46 che avvia la fase della Costituente e la nascita della Repubblica con l'esilio di re Umberto II di Savoia. Democratico rigoroso e convinto sostenitore dell'Alleanza Atlantica con gli Stati Uniti, conduce la Democrazia Cristiana al trionfo elettorale nel 1948 contro il Fronte socialcomunista. Il suo percorso per ricostruire l’Italia inizia nel 1947 con un viaggio negli Stati Uniti ottenendo i finanziamenti del “Piano Marshall” (piano di ricostruzione promosso dagli USA ), favorisce la nascita dell’ENI di Enrico Mattei, promuove la riforma fiscale con il “Piano Vanoni”, crea le condizioni per l'attuazione del “Piano Casa” (che darà un’abitazione a centinaia di migliaia di italiani), avvia la riforma agraria e costituisce la Cassa per il Mezzogiorno, promuove l’adesione italiana alla Nato. Convinto europeista, De Gasperi sarà uno dei padri fondatori dell’Unione europea insieme al cancelliere tedesco, il democristiano Konrad Adenauer e al francese Robert Schumann. E anche in quella fase De Gasperi rifugge dalla facile pubblicità. Lo testimonia Indro Montanelli. «Adenauer e Schumann mi concessero senza troppe difficoltà l’intervista. De Gasperi mi fece sospirare per un bel pezzo la sua. E alla fine, quando gli chiesi il perché di tanta renitenza, mi rispose: “Ma perché la stampa è libera, e io non voglio influenzarla”. Non la influenzò mai». Con la nascita della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio ) De Gasperi ne diventa presidente nel 1954. In quello stesso anno, il 19 agosto, muore a Sella Valsugana, nel Trentino.
La speranza con la Fede
Ecco come lo ricorda Enzo Biagi. «Era uomo d’ideali, di moralità ed eticità, era un servo devoto di Cristo e cercò sempre nel corso della sua vita di non perdere mai la speranza ed il senso della fede. Egli seppe conciliare la fede con l’amore per la patria...Fu idealista fanatico e accorto statista, nonché uomo di modestia, consigliava ai giovani di non lasciarsi andare alla “ mitologia politica” e proprio ad un congresso dei giovani democristiani disse : ”non ci sono uomini straordinari. Non ci sono uomini entro il Partito e fuori, pari alla grandezza dei problemi che ci stanno di fronte (…). Per risolvere i problemi, vi sono vari metodi: quello della forza, quello dell’intrigo, quello dell’onestà, quello della fermezza in una fede sicura. Se io sono qualche cosa, in questa categoria, mi reputo di appartenere alla terza. Sono l’uomo che ha l’ambizione di essere onesto. Quel poco di intelligenza che ho la metto al servizio della verità (…)”. E nel difficilissimo momento del dopo guerra, in cui la fame, la miseria, i contrasti politici e sociali fra forze democratiche, comuniste e monarchiche infiammavano la vita politica del Paese, ecco che Alcide De Gasperi seppe parlare al popolo italiano, cercò di unirlo, di rinfrancarlo».
Luglio 1946: il coraggio di difendere un Paese sconfitto
Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, l’Italia, è un Paese sconfitto, al quale sono state fatte alcune concessioni nella fase finale della guerra, per ragioni di convenienza. L’Italia è accusata di avere cambiato fronte più volte. Esistono in quel momento questioni territoriali ai confini, da quello con la Francia, all’Alto Adige, a Trieste. E i problemi delle colonie e delle riparazioni di guerra. Gli Stati vincitori della guerra si riuniscono nella Conferenza di Parigi dal luglio all’ottobre del 1946. La Conferenza ha poteri consultivi. I “Quattro” grandi avrebbero poi valutato quelle raccomandazioni in sede di redazione dei Trattati. Ai vinti è concesso solo di fare osservazioni. Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Affari Esteri, si presenta, con la delegazione italiana, a Palazzo del Lussemburgo, il 10 agosto. Racconta Giuseppe Brusasca, allora sottosegretario agli Affari Esteri, che gli italiani «si sentivano scrutati con la morbosa curiosità riservata agli imputati dei grandi processi». In un silenzio glaciale De Gasperi comincia a parlare. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire…». Il discorso è accolto con gelo. De Gasperi lascia la tribuna per riprendere posto nel settore riservato alla delegazione italiana. In quel momento, il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America James Byrnes si alza in piedi e va a stringergli la mano. Scriverà poi il Segretario di Stato che De Gasperi aveva parlato «con tatto, ma con dignità e coraggio».
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