Il Governo Monti cerca petrolio e gas

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Nel piano per lo sviluppo del Paese l’Esecutivo punta a raddoppiare la produzio

 ( Foto: agenzia 0000)

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Roma - Più petrolio e più gas di produzione propria per l’Italia. Il chiodo fisso del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, sembra aver “contagiato” anche il presidente del Consiglio, Mario Monti, che in tutto ciò ha visto un’opportunità da cogliere al volo per la crescita - di per sé difficile - dell’Italia. La parola d’ordine dell’Esecutivo, in materia di sviluppo, adesso dunque pare essere quella di favorire la possibilità di aprire nuovi giacimenti lungo tutto lo Stivale e sfruttare al massimo le risorse esistenti. Non in maniera indiscriminata, ma nel sottosuolo dove abbondano petrolio e gas trivellare ed estrarre idrocarburi dovrebbe diventare - secondo le intenzioni - più facile. Gli studi effettuati fino all’anno scorso confermano che si possono ancora estrarre 800 milioni di barili di greggio e 150 di metano. Inoltre, secondo i geologi, potrebbero essere “scoperti” tra i 400 e gli 800 milioni di barili di petrolio e da 120 a 200 miliardi di metri cubi di gas. Il piano Passera Risorse che nel Documento di Economia e Finanza 2012, presentato lo scorso 18 aprile, rivestono un ruolo chiave per la crescita economica del Paese. Il Governo Monti, “pressato” in questo senso dal dicastero di Passera, si è convinto che il rilancio delle produzione nazionale di idrocarburi è il pilastro su cui poggia il piano strategico nazionale nel settore energia. Per Palazzo Chigi le risorse presenti nel nostro sottosuolo garantiranno entrate nelle casse dello Stato (stimate in circa 2,5 miliardi), anche sotto forma di investimenti stranieri, e potranno ridimensionare il fabbisogno energetico dell’Italia dall’estero.Per rendere tutto ciò realizzabile sono in arrivo novità anche per quanto riguarda le modalità di rilascio di autorizzazioni e concessioni, che fino ad oggi sono spesso bloccate dai tempi - lunghissimi - della burocrazia. Nel piano strategico per l’energia rientra anche lo sviluppo delle infrastrutture, in particolare per quanto riguarda i gasdotti: l’obiettivo è quello di far diventare il nostro Paese la principale porta d’ingresso per gli approvigionamenti che partono dall’Africa e dall’Asia. Il fronte dei sì Una parte importante delle ingenti riserve dell’Italia potrebbe essere disponibile in tempi rapidi consentendo di coprire circa il 20% del fabbisogno: lo rileva Assomineraria, associata di Confindustria. Che parla di possibili investimenti pari a 15 miliardi di euro e circa 25mila nuovi posti di lavoro. Ma c’è di più, perché secondo l’associazione per l’industria mineraria e petrolifera, si potrebbe ridurre la bolletta energetica di oltre 6 miliardi l’anno, aumentando di conseguenza il Prodotto interno lordo di quasi mezzo punto percentuale. Il fronte dei no Il piano del Governo dovrà però superare - come accaduto ad esempio per l’Alta Velocità in Val di Susa - gli ostacoli rappresentati in primis dagli ambientalisti. Che hanno già costretto il Governo, lo scorso maggio, a un dietrofront sul limite delle 12 miglia dalla costa per la trivellazione contenuto nel decreto sviluppo. All’opposizione ambientalista si potrebbe aggiungere, come già accaduto in Basilicata per il petrolio o in Emilia Romagna per il gas, anche quella dei cittadini e degli enti locali delle aree interessate dalle perforazioni e dalle ricerche di idrocarburi. Preoccupazioni che derivano principalmente dai rischi per la salute delle attuali e delle future generazioni.


Ma la Basilicata ora dice basta


«Non siamo disposti a consacrare tutto il nostro territorio al petrolio». Dopo aver “concesso” quasi il 70% del suo territorio alle multinazionali del petrolio, la Basilicata adesso dice no ad un’ulteriore intensificazione di trivelle nelle aree più ricche di “oro nero” e metano. La settimana scorsa la giunta regionale guidata da Vito De Filippo, alla presidenza dal 2005, ha bocciato all’unanimità la richiesta dell’Eni di nuovi permessi di ricerca per idrocarburi. Una nuova mancata intesa che fa seguito ad un altro no, sempre in tempi recenti, ad un altro colosso petrolifero, Shell. Due le aree che interessavano alle compagnie petrolifere: una è quella denominata “Frusci”, che coinvolge i territori dei Comuni di Atella, Avigliano, Baragiano, Bella, Filiano, Pietragalla, Pignola, Potenza, Ruoti e San Fele; l’altra è la “Grotta del Salice”, nel sud della Basilicata, che abbraccia i comuni di Castronuovo Sant’Andrea, Gallicchio, Missanello, Roccanova, San Chirico Raparo, Sant’Arcangelo e Aliano. Diverse le motivazioni che hanno portato il “Texas d’Italia” a negare l’apertura di nuovi pozzi: ai vincoli paesaggistici e idrogeologici e al fatto che l’elevata concentrazione di impianti «crea vincoli e condiziona decisamente la programmazione e il governo del territorio da parte dell’Ente Regione» si è aggiunto anche «il dissenso nella popolazione rispetto alla concessione di nuove permessi». I timori dei cittadini della Basilicata, oltre alla salute, riguardano anche l’elevata sismicità del territorio nel quale sono stati scavati o dovrebbero esserlo i i pozzi. Molte sono a livello 1 che secondo l’attuale sistema di classificazione equivale alla zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti. Gli altri giacimenti In Basilicata, che fa la parte del leone in quanto a produzione nazionale di petrolio con il 74 per cento del totale pari a circa 104mila barili al giorno, due sono le aree più ricche. Quella della Val D’Agri, il più grande giacimento dell’Europa continentale con le aree di Monte Alpi, Monte Enoc e Cerro Falcone, è la principale con i suoi 85mila barili al giorno. Da qui il petrolio, dopo una prima lavorazione al Centro Olio di Viaggiano viene trasportato a Taranto per la raffinazione o il trasporto via mare. In Val d’Agri ai 21 pozzi già attivi, se ne aggiungeranno altri sei che sono in fase di realizzazione.L’altra area è quella di Tempa Rossa, nella Valle del Sauro. Giacimento in fase di sviluppo, ha attirato le attenzioni di Total Italia, che ha ottenuto la concessione in joint-venture con Shell ed Esso. Avviati circa venti anni fa, gli impianti petroliferi della Basilicata portano nelle casse della Regione, che nel 1998 ha stretto accordi con il Governo e le compagnie, dai 50 ai 70 milioni l’anno.


Nel Canale di Sicilia corsa all’oro nero


Occhi puntati sulla Sicilia, nella nuova corsa all’oro nero. Al momento i permessi già accordati per fare ricerca di idrocarburi in acque italiane sono 26 e ben 42 le richieste per nuove esplorazioni. Tra le aree maggiormente interessate vi sono i fondali del Canale di Sicilia, tra Italia e Tunisia, dove si trova quasi la metà delle concesioni già accordate. I permessi di ricerca già concessi nel Canale sono 11, quelli in via di valutazione 18, mentre i permessi per l’estrazione di idrocarburi (la cosiddetta “coltivazione”) già concessi sono tre per un totale di quattro piattaforme attive al largo delle coste siciliane. Infine, tre sono le concessioni di coltivazione in via di valutazione. Le aree di maggior interesse per le compagnie petrolifere per il momento sono quelle al largo delle Egadi, il largo della costa tra Marsala e Mazara del Vallo e a sud della costa tra Sciacca e Gela. Ma le compagnie mostrano interesse anche per il Canale di Malta (tra Malta e la Sicilia) dove, per uno dei due permessi di ricerca già attivi, la compagnia titolare ha richiesto di perforare un pozzo esplorativo, un nuovo permesso di ricerca è in procinto di essere autorizzato e altri due sono stati richiesti proprio sotto Pozzallo. Sicilia a parte, nei mari italiani oggi si contano 9 piattaforme petrolifere operative sulla base di concessioni che riguardano 1.786 kmq di mare situate principalmente in Adriatico, a largo della costa abruzzese, marchigiana, di fronte a quella brindisina e nel Canale di Sicilia.

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