Da 150 anni unita. Dalla Banca Romana a Tangentopoli, ecco l’Italia degli scandali e degli accordi di potere

Uniti dal gusto di accaparrarsi tutto. L’Italia della buona cucina non si accontenta di leccarsi le dita. Ed è solo quando è troppo, che grida allo scandalo. Da molto prima che si facesse l’Italia, si pensava a fare degli italiani un popolo che non si scandalizza facilmente. In una sorta di perbenismo che tollera il tradimento - purché non sia pubblico -, gli scambi di favori - e di denaro - hanno fatto parte di quel processo che ha portato all’unità tanto celebrata in quest’anno che ne ricorda il 150esimo anniversario. Sopravvissuto alle morti di Enrico Mattei e del banchiere Roberto Calvi, agli scandali petroliferi come ai crac delle grandi banche, il Paese si è presto ripreso anche da Tangentopoli e dai finanziamenti illeciti ai partiti, che nei decenni hanno cambiato nomi e forme, ma non sostanza. Pronti a disapprovare il nuovo scandalo. Pure le escort hanno finito per far discutere solo quando sono diventate minorenni o uomini. O hanno avuto l’impudenza di non accontentarsi di soldi e case, per sperare in un posto in tv o inh Parlamento. Sarà che gli scambi di favori, che il Paese lo reggono da sempre, li pretendavano quelle donne - identiche in 150 anni - uscite a forza dai bordelli, ma ancora consapevoli del potere che Eva esercitò su Adamo. Soldi e potere hanno finito per unire il Paese 150 anni fa. E soldi e potere cercano di tenerlo unito ancora ora, che per il rapporto Transparency International - che misura la percezione della corruzione - l’Italia è corrotta quanto Macedonia e Ghana. Più di Ruanda, Cuba e Turchia. In principio - almeno se si parla d’unità nazionale - fu la Banca Romana. Era il 1881 quando Bernardo Tanlongo accettò la nomina a governatore dell’istituto già in pessime condizioni. Tanlongo aveva tentato l’acquisto della compiacenza di politici e giornalisti per cifre anche importanti e senza ottenere i favori sperati. Ma come spesso capita, il burattinaio si scoprì marionetta: Tanlongo in quegli anni si era infilato in una serie di salvataggi industriali e finanziari che avevano minato le casse della Banca, provate da spese di rappresentanza e crediti concessi senza garanzie agli amici e agli amici degli amici. Tre decenni dopo l’Unità, in Italia c’erano sei banche centrali con la facoltà di emettere biglietti di banca intitolati al Regno d’Italia. Allora, le maggiori banche italiane si erano impegnate in prestiti a lungo termine soprattutto nel settore dell’edilizia e finirono col rimanere legate a quelle imprese. Col crollo edilizio, crollarono Banco di Sconto e Sete, Banca Tiberina, Credito Mobiliare, Banca Generale. Oltre alla Banca Romana che, per coprire le perdite, iniziò a emettere nuova moneta senza autorizzazione e stampò due serie di biglietti con lo stesso numero. Nel giugno 1889 il ministro dell’Agricoltura, industria e commercio del Governo Crispi Luigi Miceli, dispose un’indagine ispettiva su tutti gli istituti di emissione. I risultati - nascosti dai politici - uscirono solo nel ‘92: la Banca Romana, a fronte dei 60 milioni autorizzati, aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni, incluse banconote false per 40. L’anno dopo furono arrestati governatore e direttore della Banca Romana. Dal carcere Tanlongo affermò di aver dato cospicue somme anche a presidenti del consiglio, tra cui Giolitti e Crispi. Ci fu un processo, ma che si concluse con l’assoluzione: per evitare che l’inchiesta travolgesse uomini di spicco della politica italiana, i giudici denunciarono la sparizione di importanti documenti.


Un Paese che doveva crescere


Pensare l’Italia come unica è difficile ora. Ma 150 anni era necessario essere davvero lungimiranti. L’Italia unita, nel 1861, era un Paese di 22 milioni di abitanti, arretrata socialmente ed economicamente. L’80% della popolazione era analfabeta, l’economia si basava ancora sull’agricoltura e c’era un enorme divario tra Nord e Sud che originò la questione meridionale - per risolvere tutto ci vuole tempo -. Il nuovo governo doveva anche cementare un’identità nazionale ancora inesistente. Nel Meridione dilagarono brigantaggio e rivolte popolari per la mancata distribuzione delle terre ancora nelle mani dei latifondisti. A questi problemi vanno aggiunti la maggiore pressione fiscale del nuovo governo italiano e l’introduzione della leva obbligatoria. Solo l’introduzione a una storia di scandali che punteggiarono la vita politica e condizionarono l’evoluzione del Paese.


La ferrovia costruita sugli interessi dei finanziatori


L’Italia da unire ha preso il treno. Divisa in tutto, viabilità compresa, per collegare la penisola si è scelta la ferrovia. E, come quella che per l’Italia si avviava a essere una tradizione, sui binari, prima ancora che i treni, hanno viaggiato soldi, favori e accordi di potere. Dopo il 1839, le vicende della ferrovia corrono sullo stesso binario di quelle della politica. Il primo tratto, da Napoli a Portici, è stato inaugurato nell’ottobre del 1839. Poi sono arrivati, meno di un anno dopo, il 18 agosto 1840, i 13 chilometri della Milano-Monza sulla quale la locomotiva Lombardia inaugurava la Imperial Regia Privilegiata Strada di Ferro. Nel 1845, in Veneto, veniva inaugurato il tratto Padova-Vicenza, preludio del grande progetto della Milano-Venezia, cui si diede inizio due anni più tardi con i 28 km del tratto Padova-Mestre. La Livorno-Pisa inaugurò le ferrovie del Granducato di Toscana, il 14 marzo 1844. Il 3 febbraio 1848, aprì la Firenze-Prato, in occasione della quale fu costruita la stazione di Firenze detta Maria Antonia in onore della Granduchessa di Toscana moglie di Leopoldo II. Prima del 1859, insomma, i vari Stati preunitari avevano costruito, nel complesso, 1.759 chilometri di strade ferrate e la tendenza era quella di metterne in opera molti altri. Il governo borbonico aveva incaricato un gruppo di ingegneri belgi di studiare costi e fattibilità di un collegamento tra Palermo e Bagheria e tra Licata e Caltanissetta. Ma quando Garibaldi sbarcò in Sicilia, volle affidare il progetto ai banchieri livornesi,Pietro Antonio Adami e Adriano Lemmi, tra i finanziatori dell’impresa garibaldina. Lemmi, che nel 1885 diventerà Gran Maestro della Massoneria italiana, era un grande amico anche di Mazzini e aveva finanziato la fallita spedizione di Pisacane. La faccenda delle ferrovie meridionali arrivò in Parlamento, ove qualche deputato fece notare che lo staff di Garibaldi aveva assunto impegni che esulavano dai limiti eccezionali della dittatura. Quando però il giornale napoletano Il Nazionale pubblicò i capitolati del progetto, scoppiò lo scandalo. La società Adami-Lemmi aveva lucrato cento milioni di ducati con un contratto che era molto oneroso per lo Stato. Adami e Lemmi corsero ai ripari, finanziando o fondando una quindicina di giornali che prendessero le loro difese. Quando Cavour riuscì a estromettere Garibaldi dalla gestione del Mezzogiorno, Adami e Lemmi vennero sostituiti a favore di una società costituita con capitale francese, che ottenne la concessione delle linee calabro-sicule. Ma le popolazioni meridionali insorte contro l’egemonia piemontese indussero i capitalisti francesi a ritirarsi dall’affare. Poi la parte del leone la farà la Società per le Ferrovie del Sud, guidata da Bastogi, che riuscì a creare una cordata nazionale e che però non poté evitare scandali ancora più grandi.


 


Vittorio Emanuele e la corruzione. Un regno da gonfiare, di beni e reputazione


Il 2 giugno 1946 gli italiani hanno scelto la Repubblica. E di certo non se ne lamentano quando vedono il Principe in tv. Sull’attendibilità di quel referendum, comunque, si è a lungo discusso. Molto meno, certo, di quanto si è fatto sulla famiglia reale, che diventò d’Italia dopo essere stata di Sardegna - in cambio di più di qualche favore -. Vittorio Emanuele diventò re di Sardegna nel 1849 e re d’Italia nel 1861. Di lui si parla come di uomo debole e insignificante, più vecchio nell’aspetto che nell’età, furbo quanto rozzo, più attento alla caccia - di selvaggina e donne - che al regno. Insomma, fatta l’Italia, c’erano ancora il suo re e gli italiani da fare. Specie perché c’era da superare la popolarità di Garibaldi. Gonfiare la reputazione del re fu uno dei compiti di politici e diplomatici. Vittorio Emanuele, dopo il 1860, aveva un tenore di vita modesto, ma non aveva il senso dell’economia e per mantenere intatto il prestigio della casa reale, si era addossato le spese di manutenzione di palazzi e riserve di caccia che erano appartenuti a una mezza dozzina di dinastie spodestate. Arrivò persino a comprare o a farsi assegnare nuove tenute per soddisfare la sua insaziabile passione per la caccia. Vittorio Emanuele si vantava di essere solito corrompere gli uomini politici con regali e di servirsi di una sua polizia privata. Era circondato da truffatori di ogni genere, che sfruttavano la sua ingenuità e la sua generosità. E in fatto di contabilità amministrativa, la gestione economica della casa reale non aveva fatto molti passi avanti dai tempi del padre. Ma come si fa a parlare di un re senza citarne le cortigiane? Amava fare lussuosi regali alle sue amanti e un regalo lo fece a lui l’ex amante Letizia (poi Rattazzi): nelle sue memorie ricorda quanto discredito gettassero sul re alcune equivoche operazioni finanziarie riguardanti i beni ecclesiastici e la concessione di appalti ferroviari a compagnie straniere. E aggiunse, senza fornirne le prove, che il re, tra l’altro, percepiva con regolarità parecchi milioni l’anno dagli stanziamenti per l’esercito.


 

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