La provocazione di Rotondi: Maroni sindaco di Napoli

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Il ministro rivela il suo pensiero sul futuro del Pdl e del Governo

Ministro per l'Attuazione del Programma di Governo

ROMA - Il Governo e il Popolo della Libertà, suo partito di maggioranza. Due elementi che il Ministro per l’Attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi, avellinese ed ex presidente della Democrazia Cristiana per l’Autonomia tiene a considerare divisi. E distanti; quanto meno sul piano della differenza della «forza motrice» all’interno del Paese. A fronte del rischio sfaldamento della maggioranza ci sono i sondaggi che mantengono alta la fiducia nell’esecutivo, mentre è carente l’intesa tra i partiti che la compongono. La prima domanda al Ministro non può che riguardare la sua delega, in particolar modo dopo le accuse piovute da parte dell’opposizione riguardo un programma elettorale ampiamente disatteso e caratterizzato da operazioni definite di “facciata”. Qual è lo stato di attuazione del programmadel Governo rispetto a quello presentato in campagna elettorale? Come giudica,finora, l’azione dell’esecutivo nei suoi aspetti maggiori? «Il governo ha fatto grandi cose sul piano del programma e di questo va dato merito soprattutto a Berlusconi, senza dimenticare che questo esecutivo si è trovato ad affrontare, riuscendo a fronteggiarle, emergenze come i rifiuti in Campania, il terremoto in Abruzzo e la più grave crisi economica internazionale dal ‘29 ad oggi senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini, contenendo la spesa pubblica, garantendo il Sistema-Paese. Abbiamo realizzato la riforma delle riforme, il federalismo, quella dell’università, ci accingiamo a mettere mano alla riforma della giustizia per rendere l’ordinamento giudiziario più snello ed efficace, e tanto altro ancora. Qualche punto importante del programma, come il quoziente familiare ad esempio, è stato spostato più in là nell’agenda governativa e sarà a breve affrontato e risolto. Le difficoltà, invece, sono tutte di un Pdl così strutturato che, invece, di essere forza motrice del governo, diventa un peso per l’azione dell’esecutivo. Il Pdl deve recuperare la sua capacità di accompagnare il governo nella realizzazione del suo programma, questo chiedono gli italiani». Il Pdl sta vivendo una fase di evoluzione e profondo cambiamento a livello organizzativo e strutturale. Qual è la sua visione del partito per il futuro, anche in riferimento al dopo Berlusconi? «La mia linea somiglia al carattere di Silvio: o si stacca la spina o si rilancia alla grande. Ciò che resta dei grandi ideali della Dc si inserisce nel Pdl per la loro prosecuzione. Dopo Berlusconi nel centrodestranon c’è un personaggio capace di esprimere un’idea nuova dell’Italia». Lei che proviene da uno dei “piccoli” partiti confluiti nel Pdl ha più volte manifestato un sentimento di marginalizzazione da parte degli ex An e Fi. A che punto è, realmente, la fase di fusione di tutte le anime del partito? «Quello che noi abbiamo posto è un serio problema politico e, cioé, se esista ancora il progetto del Pdl come lo abbiamo assieme concepito o se ognuno deve attrezzarsi a riorganizzare la propria area. Nel suo messaggio al mio convegno di Saint Vincent, Berlusconi per la prima volta ha fatto una rigorosa analisi sulle condizioni in cui versa il Pdl. Analisi che noi condividiamo perché al PdL manca oggi il motore del popolarismo che può essere la forza trainante di questo partito erede della Dc. La battaglia è tutta dentro il PdL, i Dc resteranno nel partito. L’alternativa non esiste, Berlusconi è l’erede naturale della Democrazia Cristiana ed è lui il nostro leader». Cosa pensa dell’intenzione della Lega di candidarsi anche nelle Regioni dell’Italia meridionale? La loro presenza, abbinata a quella di Fli, quanto può pesare sul risultato del Pdl? «I migliori politici napoletani, da Gava a Scotti, fino ad alcuni grandi sindaci, non erano affatto napoletani. Ad esempio, Maroni sarebbe un ottimo sindaco di Napoli e penso che vincerebbe al primo turno, perché Napoli chiede sicurezza e fantasia e Roberto incarna entrambi questi valori». Una risposta emblematica, fondata sulla necessità di guardare agli uomini più che alle sigle e significativa anche della realtà di una maggioranza che naviga ancora a vista e che nelle prossime settimane valuterà la sua coesione in Aula su alcune importanti riforme.

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