
«Se la sharia diventerà la fonte principale del diritto tunisino, scenderà una valagna di disgrazie sulle donne». Ne è convinta Fathia Hayzem, responsabile delle relazioni esterne dell’Assemblea tunisina delle donne democratiche (Atfd), che per domani, in occasione della Giornata mondiale della donna, ha organizzato un sit-in di donne davanti alla sede dell’Assemblea costituente tunisina «per ribadire i diritti e le conquiste realizzate dalle donne dalla metà del secolo scorso e da quando è stato varato lo Statuto personale del 1958, il primo codice di famiglia del genere nel mondo arabo e islamico». In un’intervista ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL, la Hayzem spiega che l’iniziativa nasce dal «dibattito in corso sulla sharia come fonte del diritto e della futura Costituzione». La donna tunisina «chiede di essere cittadina attiva», afferma l’attivista, che esorta i partiti politici del suo Paese ad assumersi le proprie responsabilità e a «far sì che le donne arrivino ai posti di potere». Attualmente, la rappresentanza femminile nelle istituzioni tunisine «è molto debole», afferma la Hayzem. Nell’Assemblea costituente, ad esempio, «è inferiore a un quarto» dei membri e la maggior parte di esse «appartengono al movimento islamico di Ennahda e non hanno un progetto femminile». Questo, sottolinea, «desta preoccupazioni» nell’Associazione, che chiede di «poter lavorare al fianco delle commissioni della Costituente per dare la propria visione sui diritti delle donne e riferire le istanze delle tunisine». L’attivista auspica che la futura Costituzione tunisina sia un documento «di consenso, lontano dalla logica della maggioranza e della minoranza».
Secondo le statistiche ufficiali, la maggior parte dei disoccupati laureati in Tunisia sono donne. La Hayzem conferma l’esistenza di «discriminazioni» in ambito lavorativo, «soprattutto nel settore privato», anche perché «non esiste alcuna legge contro le discriminazioni di genere sul lavoro», che dovrebbero essere «condannate nella Costituzione per evitare che le donne siano escluse dal mondo del lavoro e dalla possibilità di contribuire allo sviluppo dell’economia del Paese». Per l’attivista, la diffusione in Tunisia di pratiche quali il velo integrale o il matrimonio ’consuetudinariò (ossia un accordo tra sposo e sposa non riconosciuto a livello ufficiale), con tutto ciò che comporta in termini di diritti negati, dipende dalla «mancanza di una consapevolezza femminile e in generale del rispetto di sé e purtroppo questa consapevolezza non si insegna nelle nostre scuole». La situazione rischia di peggiorare con il diffondersi delle associazioni salafite, che si propongono come garanti dell’osservanza dell’ortodossia da parte di tutti e rischiano di «trasformarsi in una vera e propria polizia religiosa». Alcuni di questi gruppi «agiscono per le strade della Tunisia alla luce del sole e in piena libertà, controllando il comportamento delle ragazze», spiega la Hayzem, che fa infine appello al governo affinchè si assuma le sue responsabilità e protegga la popolazione da questi movimenti.
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