Le mie incostanti letture mi hanno fatto approdare sul tema dell’amore. Già la scorsa settimana volevo parlarvene, ma poi mi sono trattenuto. Suvvia, a chi può interessare? Ci riprovo oggi, fresco della visione di un film orientaleggiante che chiude spiegando come la nostra vita tenda alla perfezione. Essa tuttavia non si raggiunge mai perché ad allontanarcene sono tutte le cose nuove e non sublimabili che ci succedono. Ci rende perfetti solo l’amore; ed esso è inteso nel senso di affettività liberamente espressa tant’è che alcune lingue hanno un solo termine per definire l’amicizia, l’affetto e l’amore con sesso. Mi pare interessante quest’aspetto dell’amore che muove l’universo. Non la fede, non il potere, ma l’affetto. Non saprei trarne una sintesi ampia, ma in effetti constato che, l’aver avuto un’infanzia, ci pone in età matura nella necessità, e nel dovere, di risanarsi da turbe affettive di ogni genere. Di seguito le convenzioni - religiose ma non solo - maturate con la nostra educazione di fatto imbrigliano l’esplicarsi della nostra affettività in età adolescenziale e, se non superate da proteste di massa, fanno altri danni sulla nostra spinta alla socialità che tenderebbe all’amore. Ed eccoci in età adulta. Ora le convenzioni nulla possono su di noi, ma è forte in noi la consapevolezza che nessuno ci abbia mai insegnato un linguaggio per l’amore, un medium comunicativo per esprimere affetto. E così, se mai capitasse un incontro speciale, nel disagio di utilizzare parole che mai ci sono appartenute, si procede a vista con il dubbio che le espressioni scelte siano troppo, o non siano abbastanza, esplicite. Con il progredire della mia cultura sul tema sono arrivato alla conclusione - e sarei felice tuttavia di sbagliarmi -, che sono destinato a non riprodurmi. Me lo dice la sociobiologia, disciplina antipatica ma convincente, che riporta a genetica e mondo naturale ogni nostro comportamento per trarne regole fisse. Gli altruisti, gli eroici, quelli che si sacrificano sono destinati all’estinzione. Questo perché l’etica in amore non esiste, nel senso che è subordinata all’utilità e quest’ultima è rapportata al fine che è la replicazione del proprio Dna. In massima semplificazione si dice che in Natura vive tutto ciò che tende ad evitare il dolore ed a cercare il piacere. Quindi in amore si ha fortuna non se si è belli, ma se si è pratici. La sociobiologia però non pronuncia sentenze inappellabili. L’uomo in quanto mente razionale può imparare. Fino a modificare i propri geni.