Crisi e lavoro, serve un nuovo modello culturale alla nostra società

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Don Luigi Ciotti ( Foto: La Presse)

I valori del consumo. Al loro albore, Karl Marx li definì alienanti e falsi, capaci di praticare il genocidio delle culture viventi. Questo pensiero piacque a Pier Paolo Pasolini che continuò a personalizzarlo fino a denunciare come in Italia si fosse verificata una sostituzione, non voluta dalla gente, dei modelli di comportamento. Per volere del potere consumistico, cioè “gli industrialotti e le entità plurinazionali”, era stato dato un nuovo modello umano agli italiani perché comprassero e consumassero sempre di più. Oggi che tutto questo è stato messo in discussione e che il relativo tenore di vita è stato condannato dalla crisi, il senso di perdita che la gente avverte, travalica l’aspetto economico. Quando si perde una cosa si fa il possibile per riottenerla o farne a meno, ma quando si perde un modello di riferimento bisogna essere capaci di pensare in maniera diversa. Oggi, la classe dirigente, cioè quel potere che Pasolini odiava perché trasformava le coscienze, si è scoperto troppo debole e meschino da poter affrontare con successo lo stress del cambio di un modello culturale; e quindi di colpo il Re è apparso nelle sue nudità. Che senso ha infatti dire l’Italia è fondata sul lavoro se a Taranto ci si trova a un bivio dove salute pubblica e occupazione non sono coniugabili? Che senso ha riproporre modelli tradizionali, quando in pochi mesi la gente è stata stordita dalla paura oppure ha cominciato a fare ragionamenti propri? Sul lavoro, e sulla necessità di una cultura in merito, mi piacerebbe segnalarvi le riflessioni di Georges Tabacchi, un signore dal profilo volutamente basso. Ha scelto in passato di affiancarsi a don Luigi Ciotti nelle avventure valoriali del Gruppo Abele e ne costituisce una componente essenziale. L’ho conosciuto in Costa d’Avorio a un viaggio del Gruppo, poche parole molta sostanza. Per lui il mercato del lavoro è limitato da un’offerta di occupazioni manuali di basso profilo, cui non sempre i pretendenti sono fisicamente preparati. Esse si interrompono di continuo ingenerando frustrazioni su cui la precarietà agisce da moltiplicatore. Ritiene che il lavoro debba diventare un luogo di senso, un ambito nel quale maturare preparazione ed esperienza. Il mondo del lavoro non dovrebbe puntare per lui all’indeterminatezza della durata dell’incarico, ma alla crescita della capacità con il quale lo si svolge, alla certificazione delle Abilità Acquisite. E’ una strada su cui dovrebbe procedere chi crede che la nostra Repubblica debba fondarsi soprattutto sul rispetto della persona e della dignità umana.


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