Non credo che sia per le medesime motivazioni, ma mi sento anch’io come il giudice Ingroia un partigiano della Costituzione. E’ l’opera d’ingegno di quei Padri Fondatori la cui sagacia abbiamo frettolosamente accantonato tra le cose inutili con tutta la Prima Repubblica. In un momento di radicalizzazioni come l’attuale, rivedere quei principi enunciati con tanta chiarezza, né una virgola in più né una in meno, mi fa riflettere. Soprattutto su quanto il dibattito odierno sul lavoro sia dominato dal posizionamento delle diverse parti sociali a difesa dei privilegi acquisiti e su quanto il nostro legislatore si sia impegnato per complicare principi ben enunciati. Permettetemi di proporvene alcuni passi: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (Art.1). “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3 2cpv). “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Art. 4). “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” (Art.36 cpv). Fermiamoci qui. Per me le cose sono abbastanza chiare. Il lavoro è una componente fondamentale del nostro essere cittadini. Lo Stato ha tra le sue principali funzioni quella di creare occasioni di lavoro e di rimuovere disparità come quella esistente tra Nord e Sud d’Italia. I cittadini hanno non il diritto, ma il dovere, di compiere un’attività che deve essere retribuita per quantità e qualità. Nell’attualità, se la politica ha abbandonato la dicotomia tra comunismo e capitalismo corrotto, si osserva che le Parti Sociali non hanno abbandonato lo scontro servo-padrone. Eppure la ricetta Monti che finora ci siamo lasciati propinare, prevede che il merito riacquisti centralità nel dialogo e il mercato del lavoro italiano venga riallineato con quelli degli altri Paesi europei che non hanno i nostri vincoli eppur non si lamentano. Monti ci ha portati in mezzo a un guado, logica vuole che ora si vada avanti. Oppure qualcuno vuol tornare indietro?
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