BOLOGNA - Quel "peccato di gioventù", come l’ingegner Giorgio Rosa lo definisce oggi, era riuscito in poche settimane a mettere in allerta l’intero Paese, governo e Difesa in testa. Uno Stato indipendente a pochi chilometri dalle spiagge romagnole, seppur su una piattaforma fuori dalle acque territoriali, poteva nascondere interessi di superpotenze come la Russia, che vi avrebbe fatto attraccare sottomarini per il controllo dell’Adriatico. Questo, almeno, si diceva. Ma le cose stavano in maniera diversa. Nel maggio del 1968, a 11 chilometri e 500 metri dalla spiaggia di Rimini, una piattaforma diventò uno Stato sovrano. A proclamarlo fu un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, che diede vita alla “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose”, in cui l’esperanto era la lingua ufficiale. Un progetto costato cento milioni. L’isola artificiale iniziò ben presto ad attirare curiosi e turisti, che in un’ora di navigazione potevano uscire dall’Italia: sulla piattaforma c’erano un bar, un ristorante e un ufficio postale che emetteva francobolli, anche se nelle intenzioni dell’ingegner Rosa si sarebbero dovute sviluppare anche altre attività commerciali. Ad accorgersi dell’isola delle Rose non furono però soltanto turisti e curiosi, ma anche il governo italiano che in pochi giorni mandò la Guardia di Finanza: alcune motovedette circondarono la piattaforma e ne vietarono l’accesso. La Repubblica Esperantista emise alcuni francobolli con la dicitura “Milita Itala okupado”, vale a dire “occupazione militare italiana”. Il caso, divenuto ormai affare internazionale, si chiuse pochi mesi dopo, quando la Marina militare minò la piattaforma, che finì in fondo al mare.
Ingegner Rosa, oggi ci sono persone che vogliono far rivivere il suo progetto: le fa piacere?
“Certo, ma ormai ne sono fuori: ho 86 anni e quello è stato un peccato di gioventù”
Secondo lei perché gli Stati “ufficiali” temono le micronazioni?
“La libertà fa paura perché tutti ne parlano e la sbandierano ma è difficile concederla. E poi la ‘casta’ non avrebbe più legittimazione con iniziative indipendenti”
La sua Isola delle Rose era solo un’utopia?
“Tutt’altro: la piattaforma doveva espandersi in verticale con un altro piano e altre attività commerciali”
Cosa l’aveva spinta a quel progetto?
“La voglia di libertà, per uscire dalle regole della Chiesa e della Dc che soffocavano l’Italia. Ma fui ostacolato in tutti i modi possibili: arrivarono persino a dire che era una copertura per i sottomarini russi. Provai a parlare con Saragat e con il ministro Preti dopo che scoppiò il caso, ma non mi vollero ricevere”
La piattaforma fu distrutta: un’esagerazione?
“Direi di sì e non mi rimborsarono nemmeno il materiale che avevo portato sull’isola”
Non le è mai venuta l’idea di riprovarci?
“In Italia non c’era proprio la possibilità. All’estero invece ci sono stati negli anni tanti casi simili, utilizzando piattaforme abbandonate della Seconda Guerra Mondiale che erano diventate zone franche”
Ha qualche rimpianto?
“No, ero un professionista che ha tentato questa avventura e poi ha proseguito con la sua carriera. Ho vissuto a pieno la mia vita e indietro non guardo più”.
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