I 50 anni del Castello di Monsanto confermano longevità Sangiovese

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Il 1962 del Poggio del Castello di Monsanto

La cena dei Cinquant'anni

Fabrizio Bianchi, il produttore

Un Chianti classico del 1962 ancora giovane, fresco, scalpitante e dal bouquet ricchissimo, sviluppato in anni di affinamento in bottiglia. Era il primo bicchiere della degustazione del Castello di Monsanto per i 50 anni dell’azienda di Barberino Val d’Elsa. Era la prima annata per Fabrizio Bianchi, industriale del nord innamoratosi della Toscana e che oggi ha lasciato le rendini della cantina in mano alla figlia Laura. Quanti anni può durare un vino rosso è la domanda che si fa spesso un appassionato di vino. E’ la domanda che si fanno i commercianti o i collezionisti quando devono attribuire un valore al vino. Più invecchia, più vale. Per questo una bottiglia di Borgogna costa più di un Beaujolais, un Barolo più di un Langhe nebbiolo, un Bordeaux più di un Cote du Rhone. E il sangiovese, appunto. Non è la prima volta che un’azienda toscana sorprende i parterre di degustatori con vini di straordinaria longevità. Non più tardi del gennaio scorso, al Palais Cobourg di Vienna, durante una degustazione dell’Institute of The Masters of wine evidenziò le capacità d’invecchiamento del sangiovese del Chianti Rufina. A Montalcino, Biondi Santi è noto per le sue bottiglie di fine secolo Diciannovesimo. Il Chianti classico è storicamente meno noto per vini di così profonda longevità. A torto, come ha dimostrato la degustazione del Castello di Monsanto. Sabato scorso, a Palazzo Lotteringhi della Stufa, in piazza San Lorenzo, le vecchie annate dell’azienda hanno confermato come la serietà produttiva consenta a questo vitigno di competere con Bordeaux e Borgogna senza timori reverenziali. Note di frutti di bosco, di rabarbaro (forse la più tipica del “Poggio), di tartufo e ancora intense note fruttate, tannini setosi, acidità sempre piacevolmente rinfrescanti e soprattutto persistenze incredibilmente lunghe, hanno lasciato un’impressione indelebile nei palati dei giornalisti e sommelier presenti da tutto il mondo. Tra 1962, 1968, 1974, 1979, 1985, 1988, 1995, 1999, 2001 e 2008, i migliori vini erano forse il 1988, grande millesimo toscano e dall’equilibrio perfetto, ma anche il 2001 e il 1999, quest’ultimo ancora da aspettare in bottiglia. Matra i primi vini, il 1962 prodotto ancora con i raspi, aveva una matura vitalità che raramente si trova in un sangiovese di 50 anni. In quell’epoca in Italia si usavano solo botti di rovere di Slavonia, non c’erano controlli di temperatura, si usava il classico “governo”, ma soprattutto non si diraspava. Vini da giovani difficili da bere oggi sono setosi e dolci, con un carattere che addirittura ancora esprime note di ribes rosso, giovani. Una tradizione poi abolita, grazie al terroir del Poggio che conferisce già sufficiente struttura a queste uve di sangiovese, ma che sta tornando in auge per il pinot nero sia in Alsazia (per competere con la struttura della Borgogna) sia in Nuova Zelanda, per ovviare alla dolcioneria dei vini del Nuovo Mondo.

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