Non è di poco conto notare quanto nel profondo Giorgio Ficara sia un critico più petrarchista che dantista. In questa scelta, se poi di scelta si tratta, non si nascondono soltanto le due linee che, convenzionalmente, compongono la letteratura italiana – quella che da Dante arriva fino a Pasolini, in una linea viscerale-spirituale-civile, e quella invece che da Petrarca arriva a Leopardi e poi Montale, in una linea altrettanto spirituale ma pure mentale, scettica, filosofica –, ma soprattutto una personalissima predisposizione; anche, viene da dire, un personalissimo carattere. L’autore elabora la sua opera critica, come un Canzoniere, dove ogni sonetto è la riscrittura, l’approfondimento di quello precedente: dal primo del 1993, “Solitudini” passando, nel 2007, per “Stile Novecento” (e qui è evidente quella linea letteraria-caratteriale, se gli autori affrontati sono, guarda caso, Montale, Saba, Calvino, tra gli altri)
Con “Montale sentimentale” (ed Marsilio, pp. 151 euro 16) Ficara analizza i Mottetti Montaliani (seconda parte della raccolta poetica Le occasioni, del 1939), ripercorrendo, verso per verso, quel «romanzetto autobiografico» dove il poeta ligure canta il suo amore lontano con uno «sguardo metafisico»; quello rivolto a Clizia, che è etereo angelo e fisica assenza. Sono convinto che ogni studio, ogni ricerca, non può nascere da altro se non da quella chiamata che si diceva. E Ficara quella chiamata non l’ha mai tradita, l’ha presa anzi di petto, sapendo che risponderle significava costruire anche un’opera come fosse il proprio «romanzetto» critico-autobiografico, mettendo a nudo, quindi, la propria natura – di critico raffinatissimo, certo, ma pure la sua natura di uomo.


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