Un capolavoro di origini italiane sconosciuto al Belpaese

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Torna in libreria "Cristo tra i muratori" di Pietro di Donato


Grazie alla piccola casa editrice abruzzese “Textus Edizioni” sarà ora possibile dare tutta la visibilità che merita a un libro scritto da un italo-americano e famosissimo negli Stati Uniti ma quasi del tutto sconosciuto in Italia, Cristo tra i muratori di Pietro Di Donato. Il romanzo, scritto nel 1937 è stato pubblicato da “Bompiani” nel 1941 con la traduzione di Eva Amendola e poi ripreso nel 2001 da “Il grappolo edizioni”, passando però quasi inosservato. Viene ora riproposto in un volume di 326 pagine, con una traduzione aggiornata a cura di Sara Camplese e la prefazione di Fausto Bertinotti (22,50 €). Per comprendere l’importanza di questo libro, basti pensare che nel 1939 due furono i romanzi che si contesero il titolo di “libro evento” secondo «Il Club del Libro» di New York: uno era The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck e l’altro era Christ in concrete, l’esordio di un misconosciuto scrittore italo-americano, Pietro Di Donato. La critica inaspettatamente preferì Christ in concrete definendolo addirittura romanzo simbolo del ventesimo secolo (per avere qualche coordinata in più ricordo che nello stesso anno Joyce dava alle stampe Finnegans wake). E se la maggior parte degli italiani ignorano l’esistenza di questo libro, pare che girando per le biblioteche statunitensi sia possibile incappare in almeno sette libri dedicati Di Donato. E pochi sono anche coloro che sanno che un servizio giornalistico dello scrittore itlao-americano dedicato al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro, intitolato “Christ in Plastic”, vinse nel 1978 il premio dell’Overseas Press Club. Magari a tutto questo si porrà rimedio ora con la ristampa del romanzo. Pietro Di Donato è un italo-americano di origini abruzzesi, nato a West Hoboken nel New Jersey nel 1911 e diventato muratore a soli 12 anni subito dopo la morte di suo padre avvenuta il venerdì santo del 1923. Proprio da questo evento drammatico prende le mosse Christ in concrete che racconta la storia di Paolino, un ragazzino che alla morte tragica del padre Geremia, murato vivo da una colata di cemento dopo essere precipitato per il crollo delle impalcature del grattacielo che stava contribuendo a costruire, si ritrova costretto a seguire le orme del padre per sostentare la sua numerosa famiglia. All’inizio Di donato dalla sua storia trasse solo un racconto che fu pubblicato nel 1937 in un numero della rivista “Esquire” e poi ripreso per volontà di Edward O’Brien – che era rimasto fulminato dallo stile appassionato del giovane scrittore – nella sua raccolta “Best Short Stories of 1938”, e successivamente, visto il grande successo quel racconto fu ampliato fino a diventare un romanzo vero e proprio. Nel 1949 Edward Dmytryck ne tirerà fuori addirittura un film uscito in America nel 1949 e intitolato “Give Us This Day“, interpretato da Lea Padovani, che nel 1950 alla proiezione italiana col titolo originale alla Mostra del cinema di Venezia vinse addirittura il “Premio Pasinetti. Cristo tra i muratori è un libro acerbo, spontaneo, scritto con l’urgenza di raccontare: l’autore scrive con passione e febbrile sentimento la sua storia senza il filtro dell’artificio retorico, non c’è quasi alcuna tecnica narrativa in queste pagine e nessuna ricerca stilistica, eppure quelle stesse ingenuità che lo rendono immaturo per certi versi, contribuiscono a definirne il valore. Quei toni enfatici, il lirismo eccessivo, le interiezioni continue, il ricorso al dialetto, lo stream of consciousness esasperato dei personaggi, soprattutto nei momenti più drammatici, assurgono a stilemi stilistici quasi d’imperio, tanto che il romanzo per anni resterà l’emblema della letteratura di denuncia negli Stati Uniti e la voce più forte di quanti lottavano per ottenere condizioni di vita migliori per gli immigrati, soprattutto italiani, e maggiori condizioni di sicurezza sul lavoro. L’effetto di questa storia drammatica fu dirompente in America come in Italia: oltreoceano ci s’indignava nel vedere mescolato il sogno americano col sangue dei lavoratori che a quel sogno avevano creduto così tanto da partire da lontano per realizzarlo; il paese delle possibilità appariva ora come il paese dei soprusi e dello sfruttamento; in Italia invece la voce Di Donato era quella dei compaesani partiti da tempo, dei quali poco si sapeva e che ora imploravano aiuto e rivendicavano i loro diritti parlando una lingua nuova e familiare allo stesso tempo. Scriveva Emilio Cecchi sul Corriere dopo la pubblicazione italiana del romanzo: “Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.” In Cristo tra i muratori ci sono le tradizioni, i riti, le parole, i canti di intere regioni italiane: nella nota dell’Editore che apre l’edizione Bompiani del ’41 (che io ho!) si legge “Non soltanto perché lo giudichiamo un bel libro noi pubblichiamo qui tradotto in italiano, il romanzo Cristo tra i muratori dell’italo-americano Pietro Di Donato. V’è, insieme, un altro motivo; ed è profondo: un motivo per cui lo avremmo pubblicato anche se non ci fosse sembrato così bello. Vedrà il lettore. Formalmente il romanzo è forse lontano dalle nostre forme letterarie; non ha nel discorso, l’eleganze solenne di molto nostri scrittoti, o specie nel dialogo, la loro ancor tradizionale compiutezza sintattica.[…] Ma intimamente, spiritualmente, lo vedrà bene il lettore, è libro italiano come pochi libri di lingua italiana lo sono. Italiano è il sentimento, che di vertebra in vertebra, lo percosse. Sofferenza italiana, gioia italiana, l’una e l’altra all’estremo, vibrano nelle sue pagine”. Se avesse davvero senso parlare di libri necessari, Cristo tra i muratori sarebbe uno di essi e oggi, con la precarietà del lavoro e l’assoluto spregio della vita umana che domina cantieri e fabbriche nel nostro paese, è ancora più importante rileggere quest’opera. Ma al di là delle implicazioni morali ed etiche della lettura, questo romanzo vale da solo per la bellezza dirompente di alcune pagine: su tutte la scena della morte di Geremia, quasi epica, e poi il delirio di Paolino colpito dalla febbre, e le pagine dedicate ai suoi primi turbamenti sentimentali, fino alle scene finali, davvero potenti e chiudono tutta la vicenda in un crescendo convulso e drammatico con tanto di simboli distrutti a segnare una definitiva rottura con il passato e con le proprie tradizioni.


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