
Vonnegut è morto da un po’, ma in America continua a far discutere. La sua biografia So it goes. Kurt Vonnegut: a life, scritta da Charles J. Shields, è già un caso editoriale: il figlio dello scrittore l’ha contrastata con tutte le sue forze perché racconta un uomo contraddittorio - insensibile, irascibile e depresso - laddove Vonnegut, per tutti i suoi lettori, non è un uomo ma un mito; e i miti non provano ira né depressione, perché sono scolpiti nella pietra. Nell’immaginario collettivo, Vonnegut è il ragazzo che lascia l’università per arruolarsi volontariamente nell’esercito durante la seconda guerra mondiale e diventa presidente della American Humanist Association (Associazione degli Umanisti Americani), ma è soprattutto colui che ha scritto: «Finché esiste una classe inferiore, io vi appartengo; finché esiste un elemento criminale, io ne faccio parte; finché c’è un’anima in prigione, io non sono libero». Immaginarselo angosciato, depresso, egoista è un bel salto da questo quadretto edificante.
Ma mentre la polemica divampa oltreoceano, qui da noi faremmo bene a non lasciare alla sua sorte – segnata dal terribile turnover dei libri sugli scaffali delle librerie - l’ultimo libro a firma Vonnegut tradotto in italiano: la raccolta Baci a 100 dollari (Isbn Edizioni, trad. it. Francesco Pacifico, pp. 224 €. 17,50). Si tratta di sedici novelle scritte da un Vonnegut appena trentenne che cercava di sbarcare il lunario piazzando i racconti sulle riviste patinate: il primo, “Report on the Barnhouse Effect”, viene pubblicato nel 1950 da “Collier’s”. Di lì a poco uscirà il primo romanzo di Vonnegut, Piano Meccanico e – poiché i soldi fatti con la scrittura sono aumentati - Vonnegut deciderà di lasciare il lavoro come pubblicitario alla General Electric e di trasferirsi con la famiglia a Cape Cod. Ma la famiglia è numerosa (alla morte della sorella ne aveva adottato i figli) e quello dello scrittore non è esattamente un mestiere sicuro, cosicché Vonnegut decide di collaborare con le maggiori riviste dell’epoca (che pagavano bene per un racconto). Da queste esigenze economiche nasce la fortunata collaborazione con la già menzionata “Collier’s”, oltre a “Cosmopolitan” e al “Saturday Evening Post”, che durerà fino al 1959 (anno di pubblicazione del suo secondo romanzo, Le Sirene di Titano).
Baci a 100 dollari - il titolo deriva da uno dei racconti inseriti nella silloge - è quindi la prima sistemazione libraria dei racconti finora comparsi solo nei periodici americani di quegli anni (il volume è stato pubblicato anche negli Stati Uniti per la prima volta all’inizio del 2011). “Storie per signore”, li hanno definiti in molti, con un atteggiamento fastidiosamente condiscendente: in realtà sono racconti, per quanto talora piuttosto acerbi, che qualsiasi editore oculato pubblicherebbe anche oggi e che testimoniano la versatilità di uno scrittore spesso intrappolato nel proprio mito. Basta leggere la prefazione al volume scritta da Dave Eggers e si ha una chiara idea di quanto Vonnegut sia inscindibilmente legato alla materia dei suoi libri, alla cupezza di certe pagine meravigliose, all’idea di fine del mondo che aleggia nelle sue storie più celebri. Eggers parla di storie giovanili in cui permane uno sguardo chiaro nei confronti nel mondo, sguardo che si posa sui colori pastello della società americana di quel periodo per raccontarne frivolezze e debolezze, con qua e là lampi di genio. E su tutto il prefatore fa scendere come una mannaia l’aggettivo “morale”: «Ci ho pensato molto a cosa abbiamo perso quando abbiamo perso Kurt Vonnegut, e la cosa principale che mi torna sempre in mente è che abbiamo perso una voce morale. Abbiamo perso una voce molto ragionevole e credibile – il che non significa seriosa o non incisiva – che ci aiutava a capire come vivere». Questa visione di una scrittura morale, di una letteratura morale viene per l’intera prefazione raffrontata a quella presente nei racconti giovanili, senza una netta contrapposizione: in fondo l’autore è lo stesso, ma con una insistita divisione che serve a rafforzare la posizione iniziale: Vonnegut matura e diventa quello che tutti noi conosciamo, ma già da giovane qualche premessa c’era e la si coglie anche in questi racconti – da molti considerati “leggeri” - perché anch’essi alla fine qualcosa su come funziona il mondo lo dicono, una lezione te la danno, una verità la svelano. Vonnegut è uno scrittore morale. Punto.
L’errore è, secondo noi, prima di tutto considerare questi racconti “leggeri” - anche se con riserva - e poi cercare di incastrare la letteratura all’interno di categorie che sono filosofiche e speculative, non letterarie. Vonnegut racconta piccole storie mirabili: nel primo dei racconti, “Jenny”, parla di un uomo che riproduce sua moglie in un robot creato da un frigorifero e per tutta la vita finge di amarla e di esserne riamato perché non riesce a sostenere l’imperfezione di un vero ménage; oppure scrive di ragazze che non riescono a fidarsi degli uomini che corteggiano per via del denaro che possiedono, o di mogli trascurate da mariti appassionati di trenini. O, ancora: di suocere terribili, di gare di luminarie per chi odia il Natale, di sbronze all’alba, di rincorse al successo e al denaro. Ecco, secondo Eggers quando Vonnegut racconta queste storie lo fa per indicarci una strada. Tu leggi Vonnegut, e alla fine di ogni racconto lui « ti dirà qualcosa con candore e chiarezza. Che essere una persona onesta è un obiettivo desiderabile e raggiungibile. Che credere ha un valore. Che la ricchezza risolve pochi problemi. Messaggi semplici, sì, ma c’è un motivo per cui dobbiamo farci ricordare simili cose, e si prova sollievo quando le si vede espresse ad arte ma senza opacità».
No, Vonnegut non fa queste cose. Semmai racconta delle storie che sono piacevoli da leggere, scritte bene, credibili, toccanti o divertenti, sorprendenti o commoventi, e può capitare che diano anche qualche idea del mondo e dell’uomo, ma questo non può essere il metro per giudicare un libro e non può essere sicuramente un motivo per leggere questi racconti, che meritano invece attenzione perché - come ogni buon racconto - spalancano dei mondi nei quali immergersi per la durata della narrazione. Che poi continuino a esistere anche dopo la lettura, questo è un altro discorso, e con la letteratura c’entra poco o niente.


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