
E’ morta all’età di 88 anni Wislawa Szymborska. L’ha annunciato Michal Rusinek - il suo segretario personale - poche ore fa, aggiungendo che la poetessa se n’è andata tranquilla nel sonno nella sua casa di Cracovia. E per quanto sia grande il rammarico per la perdita di una voce così limpida e efficace allo stesso tempo, non si poteva augurare un congedo migliore a questa Signora della letteratura mondiale. Wislawa Szymborska ha avuto il grande merito di avvicinare moltissimi lettori alla poesia, soprattutto nel nostro Paese, dove la poesia - si sa - non è un buon affare: eppure i suoi libri hanno venduto decine di migliaia di copie, appassionando almeno due generazioni di lettori, merito anche del lavoro del suo traduttore principale, Pietro Marchesani, fin da quell'anno 1996 in cui vinse il Premio Nobel (allora, per l’Italia era quasi ancora un’illustre sconosciuta). Nel 1984 però, durante una gloriosa edizione del Salone del libro di Torino, già Iosif Brodskij nel suo discorso di apertura la citava come uno dei più grandi poeti viventi – dopo aver fatto l’elenco dei maggiori poeti di lingua inglese, tedesca e spagnola, Brodskij suggerì i nomi di alcuni poeti greci e polacchi: «Se conoscete il polacco - disse - e sarebbe un grande vantaggio, perché la più straordinaria poesia di questo secolo è scritta in polacco, vorrei segnalarvi i nomi di Leopold Staff, Czeslaw Milosz, Zbigniew Herbert e Wislawa Szymborska» -; inoltre alcuni suoi versi, la raccolta Gente sul ponte, erano già stati tradotti nel 1994 dall’illuminato editore Vanni Scheiwiller (e anni dopo, nonostante l’opera della poetessa sia quasi tutta tradotta da Adelphi, la Scheiwiller ha proposto la raccolta completa di poesie Uno spasso, mai apparse prima integralmente in italiano). L’Accademia di Svezia ha definito Wislawa Szymborska "Mozart della poesia" e l’ha premiata «per l’ironica precisione, che permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana». Nei suoi versi si ritrovano infatti tutti i grandi temi delle umane cose: l’amore, la morte, il senso dell’esistere, ma filtrati attraverso un’ironia affilata eppure mai crudele, bensì semplicemente spietata nell’esigenza di sincerità e verità. Le sue parole tendono a svelare le menzogne e gli auto-inganni, i falsi moralismi, i dogmi, le illusioni per esaltare invece la realtà, nuda e cruda, pur con un lirismo sovente pacato e lieve. Il bisogno di realtà non impedisce però all'autrice di provare una profondo curiosità verso la vita, un senso quasi gioioso di scoperta e un’attitudine alla meraviglia che non possono non incantare anche il lettore più freddo: «un miracolo, basta guardarsi intorno: / il mondo onnipresente» (da “La fiera dei miracoli”). Wyslawa Szymborska ha condotto una vita ritirata, pur non cercando l’isolamento – ha collaborato negli anni con decine di giornali e riviste per cui ha scritto di botanica, turismo, economia domestica, arte, ornitologia, letteratura classica e poliziesca – e ha preferito far parlare le sue dieci raccolte di liriche, continuando a vivere lontana dai riflettori, forse per non dover sempre combattere con quell’inquietudine di cui ha parlato in Svezia nel discorso del conferimento del premio Nobel: «Il poeta odierno è scettico e diffidente anche - e forse soprattutto - nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta - quasi se ne vergognasse un po'. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo. In questionari o conversazioni occasionali, quando il poeta deve necessariamente definire la sua occupazione, egli indica un generico "letterato" o nomina l'altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un poeta viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri sull'autobus con una leggera incredulità e inquietudine». Sferzatamente ironica ma leggiadra. Ci piace salutarla con le sue stesse parole sulla morte, tratte da “Sulla morte, senza esagerare” (1998): «Non c'è vita / che almeno per un attimo / non sia immortale. / La morte / è sempre in ritardo di quell'attimo». Con Wislawa Szymborska, la morte è stata in ritardo di molti attimi perché ella, grazie alla sua poesia, vivrà per sempre.
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