

PRATO – Non concede, se non in piccoli estratti, spazio al surreale ed al grottesco, come invece ci saremmo aspettati, la patafisica di Jarry riversata in scena da Roberto Latini ancora alle prese con le ossessioni microfono e Pinocchio, materia trattata nel suo ultimo “Noosfera Lucignolo”. L’“Ubu roi” del regista romano, che anni fa mise in scena un “Ubu incatenato” tutto meccanico e tecnologico, è imbevuto nella calma placida di un sole giapponese che si staglia in un bianco spermatico e lattiginoso che tutto ammanta. L’aria da Sol Levante imbriglia le riflessioni, le fa scivolare tra samurai, aria da wasabi e haiku, tra i suoni bucolici si aggirano maschere omologanti da monaci o Pianeta delle Scimmie in una primordiale brodaglia da origine del mondo se non della specie. Le radici dell’odio, della guerra, della stupidità. Potremmo essere, nel quadro iniziale di una pace finta da post atomica che avrebbe azzerato il frastuono, il fraseggio, il cicaleggio, il frastagliare frantumato degli umani vizi contemporanei piegati dall’autodistruzione. Decisamente un dramma arroventato cromaticamente ricercato, tra tanto bianco aleggiano scaglie, scorze, lasciti, pennellate di rosso, guanti, petali, appigli, accenni di tagli e ferite nella neve d’intorno appiattente, una tragedia che esteticamente adesso cerca la fuga veloce (tutto qui è centrifugo, a cerchio, a vortice) e fisica come le evoluzioni da Teatro Del Carretto (l’uccisione dei nobili) o il grande telo-velo ad onde che rende rosso il mare della guerra, ora l’immobilità. Il tono è nefasto e inquietante, da Apocalisse imminente, sciagurato e tremolante. Poca farsa, poca opera buffa. Chi ha saputo descrivere la tragedia meglio di Shakespeare? Nessun altro. Latini riecheggia, amplificandoli, brani dalla “Tempesta”, da “Romeo e Giulietta”, da “Giulio Cesare”, “Macbeth”, dall’immancabile “Amleto” citato anche sulla scena in maniera esplicita con tanto di teschio e veleno nell’orecchio. Carico, infarcito, denso, eccessivo, traboccante di richiami e citazioni. Latini, nei suoi intermezzi kantoriani (un omaggio ante litteram visto che Jarry parlava del Re di Polonia) lateralmente con asta e microfono intervenendo sulla scena a diramarla, diromperla, screziarla. Un Latini, molto, forse troppo presente, accentratore nel suo ruolo collodiano (dedica a quello di Carmelo Bene, anche se molto ci riporta a quello di Armando Punzo nel cortile del maschio nel carcere di Volterra), naso appuntito e catena al collo da Melampo, che quasi sempre rimane in scena, irrompe come Puk, fa capolino, un passaggio, un paesaggio, un accenno, un inchino, una briciola, un’epifania. Le bugie dei potenti imbroglioni ed impostori hanno le gambe corte del ceppo di Mastrociliegia. Savino Paparella, in Padre Ubu, è aiutato dalla voce roca nel confermare la carnalità e la famelica voglia d’accaparrarsi la “roba”, Ciro Masella, in una Madre Ubu baffuta en travestì da “Vizietto” con petto villoso e voce stridula, è il più onirico tra l’esclamazione “Merdra” e il gollumiano “Il mio tesssoro” da Signore degli Anelli. Poetico e sognante come le pugnalate al Re trasformate in scoppio di palloncini, o le missive diventate lanugine di cotone a sfarsi nelle mani, o ancora il sangue dei reali che sono pon pon da cheerleaders da campus americano. Il gruppo, con sospensori da drughi usciti da Arancia Meccanica, ha maschere da lupi-orsi innamorati, mentre Re Venceslao, che Perè Ubu elimina per prenderne il posto, sta seduto nel suo trono-carriola, parlando dall’interno di una cornice che diventa contenitore televisivo, mentre il megafono è lo scettro. La Regina Rosamunda è una dea egizia, preveggente come Cassandra. Il Principe Bougrelao (amletiano per sua stessa natura parodistica), figlio di Venceslao, ha capelli da spaventapasseri e corazza donchiosciotteschiana, muovendosi come pupo siciliano. Il Capitano Bordure diventa Capitan Uncino zoppo e balbuziente. Jarry rimane strozzato e soffocato dalla sovrabbondanza shakespeariana e dal Pinocchio in perenne apparizione e manifestazione di sé. Piece colta e ricca, e faticosa.
“Ubu roi” di Alfred Jarry, drammaturgia, regia e con: Roberto Latini. E con: Savino Paparella, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani, Lorenzo Berti, Fabiana Gabanini, Simone Perinelli. Produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Fortebraccio Teatro. Visto al Teatro Fabbricone, Prato, il 1 febbraio 2012.
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