

FIRENZE – Ha confessato e detto pubblicamente che sarà il suo ultimo tour. E ne sentiamo già la mancanza. Non che smetterà di fare musica o incidere album. Ivano Fossati, nella sua barba sale e pepe, nei suoi capelli ormai radi, nella sua incipiente rotondità, ha il fascino del vecchio saggio, di chi dice cose pacate ma decise, mai pensieri fraintendibili, mal interpretabili, comunque colmi di dolcezza, di chi molto ha visto, tanto ha fatto, molto ha vissuto, viaggiato e qualcosa ha scritto. Per noi, che stiamo ancora ad ascoltarlo. Il concerto all’Obihall (per adesso nome impronunciabile; Firenze si era abituata al Saschall. Richiamarlo Teatro Tenda non sarebbe una cattiva idea) è l’ultimo della serie che lo ha visto protagonista a Firenze. Nel 1980 il suo primo concerto quando ancora era Teatro Tenda, cioè un tendone da circo dove dentro si spirava dal freddo gelido. A pochi giorni dallo speciale che gli ha dedicato Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, dove aveva duettato con Zucchero e la musa ispiratrice Fiorella Mannoia, Fossati, in nero, ha portato le sue canzoni nuove, quelle tratte dall’album “Decadancing”, e le vecchie, infrangili, immutabili nel tempo, eterne sue ballate che hanno attraversato questi ultimi quarant’anni italiani, descrivendoli con poesia, pennellandoli con amarezza ma anche con speranza, bollandoli ma sempre lasciando aperto uno spiraglio, con orgoglio senza depressione, senza disfattismi, ma con il sano realismo della logica, della razionalità condita con la fantasia, l’immaginazione, il guardare sempre un passo più in là rispetto all’oggi bieco e meschino e squallido. Solo i grandi artisti riescono a farlo. A parlare del contemporaneo, del contingente senza scadere nel banale, nel già detto, nell’ovvio, nelle frasi fatte, nei facili populismi da borgata o corteo che sia. Si toccano i grandi temi, la crisi con la canzone che dà il titolo al nuovo album, la decadenza morale prima che economica del nostro Paese, dell’Europa, dell’Occidente, del capitalismo. E l’amore, grande protagonista, da sempre. Un uomo innamorato dell’amore, delle sue passioni ma anche forti dolori che fanno crescere, ferite che aiutano ad essere migliori, a sorridere di più, e meglio alla vita, alla faccia dei giorni che passano. E Genova “che si vede solo dal mare”, altro suo sviscerato sentimento mai celato (come De Andrè, Lauzi, Tenco, Gino Paoli, Bindi), ce l’ha nel cuore, nel sangue, nel sale che gli scorre sotto pelle. Un uomo pacificato che, nelle mani sulle corde della chitarra, nelle parole che aprono varchi dei suoi accordi, racconta di averne viste e qualcuna anche raccontata. E non possono mancare, nelle oltre due ore di concerto, le vecchie, ma sempre attuali, hit da “L’amore fa” a “Cara democrazia” fino a quelle che tutti aspettano, da cantare sottovoce o abbracciati in un flusso: “C’è tempo”, “E di nuovo cambio casa”, “Carte da decifrare”, “La musica che gira intorno”, per chiudere, commossi, con “La costruzione di un amore”. Qui non si grida, si ascolta perché “quello che manca a questo mondo è un po’ di silenzio”.
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