La “missione” è comunicazione. «Per dare voce a chi non ne ha» nel 1997 è nata Misna, l’agenzia di informazione specializzata nel Sud del mondo e nelle chiese giovani. Fondata da padre Giulio Albanese: missionario comboniano, studioso in Uganda di teologia, giornalista, ex direttore del New People Media Centre di Nairobi, insegnante dal 2007 alla Pontificia Università Gregoriana (Pug) di Roma del corso di Giornalismo missionario/giornalismo alternativo, oggi direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie Pp.oo.mm. - Missio Italia, Popoli e Missione e Il Ponte d’Oro. In un villaggio globale dove continuano a circolare, alla velocità della luce, prettamente notizie da stordimento, Misna ha ridato responsabilità all’informazione e al giornalismo, schierandosi dalla parte degli ultimi , con la «comunicazione di una Buona Notizia che deve dare speranza in un mondo caratterizzato da profonde ingiustizie, ma anche da fermenti di speranza», come si legge in “Il Mondo capovolto” (Ed. Einaudi) di padre Giulio Albanese. Partita con pochi mezzi, con una redazione di 80 metri quadri offerta dai Comboniani, adottata da Emi, l’Editrice missionaria di Bologna, ha avuto un’espansione molto rapida a sottolineare come «le autostrade digitali, se usate in una prospettiva solidaristica» possano smacchiare il tessuto tecnologico digitale informativo, ulteriore esempio iniquo del rapporto tra nord e sud del mondo. Il ruolo di oggi dell’agenzia di stampa, sottolineato da padre Carmine Curci, comboniano, attuale direttore di Misna, è quello di dare uno spazio reale di parola al sud del mondo e alle sue popolazioni, «popolazioni che sono i veri protagonisti della notizia testimoniata dai missionari, da coloro che si tolgono le scarpe per camminare insieme alla gente e per condividere la vita ed i suoi messaggi». Un’evangelizzazione della notizia, vissuta e non solo narrata, grazie alla “forza d’urto” di uomini e donne che, abbandonando le certezze di una vita, camminano per vie ignote, oltre “frontiera”. Persone di frontiera che, come Renato Zilio, missionario scalabriniano e autore del libro Dio attende alla frontiera (Casa Editrice Missionaria Emi), con pazienza cuciono sulla loro pelle «un vestito di pezzi di terre e di cieli nuovi», che abituano «l’occhio a vedere paesaggi differenti e a spaziare nell’orizzonte dell’altro come una normalità», che vivono «in un luogo di sfida, di sintesi e di complessità». Una voce scomoda quella dei missionari che grida e condivide non solo drammi e sciagure ma anche ricchezze umane e culturali di un mondo non così lontano. Bizzarro che le testate occidentali abbiano concesso pochissimo inchiostro al Festival panafricano del Cinema e della Televisione di Ouagadougou in Burkina Faso, più noto come Fespaco. Ma «la condizione attuale della professione giornalistica appare caratterizzata da notevole superficialità e da imprecisione - a detta di padre Giulio Albanese - se non addirittura da pura e semplice negligenza proprio per mancanza di approfondimenti sul sud del mondo, capaci di andare al di là della semplice notizia. Quando subentrano interessi politici ed economici, il mondo giornalistico diventa meno sensibile alla veridicità dell’informazione e si trasforma così in un’impresa come tante, sottoposta alle leggi del mercato dell’informazione lucrativa e del news business».
Due vescovi cinesi dimenticati dai media. Rapiti dalla polizia, nascosti dal silenzio del Governo
Sovvertire senza fare notizia. Questo quanto è accaduto a due vescovi cinesi martiri e “illustri sconosciuti” a cui è stato attribuito il Premio 2011 da Asianews, l’agenzia del Pime rivolta all’Asia, nata nel 1986 e con un sito on-line (www.asianews.it) dal 2003 per annotare le testimonianze di missionari e corrispondenti. Due vescovi dimenticati dai media, rapiti da decenni dalla polizia, caduti nell’oblio del «Non sappiamo» del governo di Pechino, sebbene abbiano vissuto all’insegna della lotta per la dignità, per la verità, per la giustizia. Monsignor Giacomo Su Zhimin, vescovo sotterraneo di Baoding (Hebel), fu trattenuto nel 1997 senza che nessuno conoscesse il motivo dell’arresto né se vi sia stato un processo. Monsignor Cosma Shi Enxiang, vescovo sotterraneo di Yixian (Hebel), fu arrestato nel 2003 senza alcuna notizia in merito. Il timore che possano morire sotto tortura o in campi di lavori forzati sussiste e non solo per loro. Nelle mani della polizia, infatti, ci sono anche sei sacerdoti e un vescovo, senza condanna né processo, ma rifiutanti all’obbligo di iscrizione all’Associazione patriottica. La loro liberazione è stata richiesta da Asianews, in occasione dell’Anno del Dragone, in festeggiamento il 23 gennaio, tramite lettera all’ambasciatore cinese in Italia e al presidente Hu Jintao. In una Cina, con crescenti difficoltà economiche, che è Paese membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu e firmataria della Carta universale dei diritti umani, il remake di una “primavera araba” sembra avere il sopravvento con una conseguente campagna di arresti. Lo scrittore Li Tie è stato condannato a 10 anni per sovversione manifestata in tredici saggi pubblicati da lui stesso su giornali stranieri e internet, senza poter incontrare il suo avvocato, costretto a sparire dieci giorni prima del processo. E il famoso dissidente Zhu Yufu è stato accusato in modo formale di “sovversione” tradotta in poesia.
Educano anche i poveri: oltre 2.100 cristiani perseguitati dagli indù
Nel 2011 i cristiani colpiti da violenze e persecuzioni a opera dei gruppi estremisti indù sono stati 2.141. Ne sono escluse le vittime indirette e quelle senza notizia. Nel 2012 si prevede un trend in aumento. Questo quanto è emerso dal Rapporto 2011 sulle Persecuzioni in India, pubblicato dall’organizzazione ecumenica fondata da cattolici indiani, Catholic Secular Forum (CSF). Le fasce colpite da questa “battaglia premeditata” sono le più deboli: bambini e donne. Pochi giorni fa un tribunale islamico in Jammu e Kashmir ha chiesto il controllo delle chiese missionarie cristiane nella regione e l’espulsione di cinque religiosi cristiani, tra cui il missionario cattolico della Società di San Giuseppe di Mill Hill, P. Jim Borst e il Pastore protestante Chander Mani Khanna incriminati dal Tribunale Supremo Islamico per attività di «conversione fraudolenta al cristianesimo» di giovani musulmani e per attività di proselitismo. Accuse false, a detta dell’ong Catholic Secular Forum che declama in Kashmir, dove sono presenti circa diciottomila cattolici, «l’intervento del Governo per ovviare a una fase critica per le libertà individuali e per la libertà religiosa». I tribunali islamici non hanno autorità legale, eppure l’eccezione di un caso potrebbe costituire un precedente pericoloso e l’accendersi di una miccia violenta contro la minoranza cristiana. Un India quasi irriconoscibile, rispetto alla struttura multi-culturale e multi-religiosa che accolse e ospitò pacificamente la Chiesa e i cristiani solo qualche decennio fa. «Anche se conoscevamo la diversità, questo non era mai un motivo di conflitto, di odio, eccetto in casi eccezionali. Purtroppo oggi - spiega don Jose Chunkapura, Salesiano sacerdote indiano della Ispettoria Salesiana di Calcutta (Kolkata), dal settembre 2008 docente all’Università Salesiana a Roma - ci sono persone, forze e movimenti soprattutto politici e fanatici che cercano, professando il sogno idealista di un India per gli Indù, di distruggere questi fondamenti del nostro vivere in pace. Dietro questo disegno non c’è nessuna religione in se e non ci sono veri credenti». I missionari stranieri sono sempre stati per lo più rispettati dal popolo indiano per la cura ai malati, l’educazione impartita anche ai poveri, alle tribù, ai gruppi emarginati restituendo loro il senso della dignità umana, la conoscenza dei loro diritti come esseri umani e cittadini capaci di aspirare e di giungere a un livello di vita e di partecipazione sociale, culturale e politica uguale agli altri. Questa missione certamente “non conviene” a chi preferisce abbandonarli nell’ignoranza e in una condizione marginale. «Per questo la Chiesa e i missionari sono accusati di usare forza, frode e seduzione per convertire al Cristianesimo - continua il sacerdote indiano - sebbene la Chiesa abbia investito molto per comprare terreno, costruire strutture educative e ospedali di alta qualità, offrire il miglior servizio possibile. Le strutture e le attrezzature necessarie per questi servizi suscitano un’impressione di ricchezza e di potere, anche se usati al servizio della gente comune, e creano gelosie e invidie, terreno fertile di una propaganda e di una politica che dichiara l’opera sostenuta dal Vaticano e dalle nazioni cristiane, solo mirata alla conquista dell’India e per questo nemica da sopprimere».
L’Africa schietta è su Nigrizia, la rivista dei Comboniani
L’Africa agguanta la parola scritta su Nigrizia. Nella rivista mensile italiana dei padri comboniani fondata nel 1883, corre su binari schietti e di rigore morale il continente africano. Studi etnografici, documentari, reportage, testimonianze che non lasciano nulla al caso. Cinquantacinque stati che oggi manifestano la loro cultura, le potenzialità, la problematica situazione di vita, senza veli di conformismo perché la voce è di chi vive e opera al suo interno. «I missionari - spiega il direttore della rivista Franco Moretti - che annunciano l’Africa su Nigrizia, annunciano il Vangelo, ma in una veste nuova: lo traducono nella pratica, lo rendono reale come paladini per la lotta alla giustizia. Sono spesso l’unico partito di opposizione, senza fare politica, perché si schierano dalla parte degli ultimi per conferire al continente africano un ruolo dignitoso». Che non si esaurisce nel continente “speranza del mondo”. Al rientro dalla missione, diffondono la loro esperienza, promuovendo uno stile di vita agli antipodi rispetto a quello occidentale, imperniato di un ingiusto e sfacciato liberalismo che parla solo una lingua, la sua. «Solo il fattore decrescita pare preoccupare il mondo occidentale. Nel ‘68 ci eravamo illusi che il progresso potesse essere adatto anche al sud del mondo, ma non è avvenuto. I poveri sono diventati oltre un miliardo e il divario coi ricchi è in aumento continuo. Anche i vescovi italiani parlano una lingua differente rispetto a quelli africani. La giustizia sociale, pur essendo parte integrante declamata dai papi, non diventa oggetto di impegno e di predicazione per il credo italiano, anzi si preferisce pensare che sia compito dei laici. Molte forze politiche non vogliono un’Africa consapevole e impegnata civilmente, e noi, trouble makers, sottostiamo spesso a controlli, richiami per missioni esagerate, rinnovi in balia di permessi, espulsioni, come avvenne in Sudan. Sovversive spesso furono considerate le encicliche sociali che mi adoperai a tradurre nelle lingue locali. E come ogni atto sovversivo venne punito. Gli opuscoli furono ritirati».
Indonesia, le crepe alla libertà di culto sono anche sugli edifici
Crepe in aumento sull’edificio a tutela della libertà religiosa e della tolleranza in Indonesia. La provincia di East Java è un esempio dell’aumento della tensione tra la maggioranza musulmana sannita e la minoranza sciita. Un radicalismo islamico che blocca l’edificazione della Chiesa partendo dalle “mura sacre”. Le chiese all’inizio del XXI secolo venivano per lo più bruciate, oggi hanno difficoltà a essere innalzate. Il permesso per costruire “edifici di culto riconosciuti” arriva dal Governo, dopo un lungo procedimento legale. Oggi non sufficiente. Occorre l’assenso delle comunità locali musulmane. E le comunità spesso boicottano la costruzione, occupano il luogo santo perché temono il proselitismo e i loro “canti di disturbo”.
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