Quella “specie” da tutelare. Riforma dell’Ordine e destino dei giornalisti pubblicisti

 ( Foto: INFOPHOTO)

Tanta prudenza e poche dichiarazioni. Difficile pensare si parli davvero di giornalisti. Mentre la prospettiva dell’abolizione dell’elenco pubblicisti inizia a raccogliere timori e dubbi, dall’Ordine la parola chiave è “aspettiamo”.


Non certo senza fare niente. Contatti, incontri, riunioni (anche con il premier Monti e il ministro allo Sviluppo economico Passera), ma poche dichiarazioni, sono la strada che l’Ordine nazionale dei giornalisti e il suo presidente Enzo Jacopino hanno scelto di percorrere in attesa della Manovra. «Nella direzione - dice Jacopino al nostro giornale - di tranquillizzare quanti si sono allarmati e di fermare chi ha alimentato ansie ingiustificate. Più o meno volutamente. Sono parziali o cattive informazioni - non riconducibili ad alcuna norma - quelle che hanno fatto gridare alla chiusura dell’Ordine o alla cancellazione dell’albo pubblicisti: siamo coscienti del ruolo di questi colleghi nei giornali. Sappiamo che non sono più quelli che scrivevano due pezzi al mese mandandoli con la corrispondenza, ma che lavorano con i professionisti tutti i giorni». Almeno molti di loro. Quelli, per esempio, legittimati a stare in redazione da un articolo in particolare del Contratto nazionale di lavoro giornalistico. Una stoccata all’Ordine e una mano agli editori, secondo qualcuno. Un modo per tutelare i più fortunati tra i pubblicisti - che in redazione non ci entrano da abusivi - secondo tutti gli altri. Un riconoscimento, comunque lo si legga, di una professionalità che c’è, al di là del “professionismo” e dell’esame di Stato. Anche se, con varie sentenze, la Cassazione ha voluto ribadire che il lavoro giornalistico con la qualifica di redattore ordinario può essere riconosciuto esclusivamente ai giornalisti iscritti nell’elenco dei professionisti.


Questo uno dei punti che i pubblicisti e un po’ tutta la categoria l’ha messa in crisi: se l’accesso a tutte le professioni intellettuali è vincolato al superamento dell’esame di Stato, cosa sono i pubblicisti, allora? «Non so come finirà - ha scritto il presidente in una nota -. So che non accetterò la mortificazione di questa professione con la penalizzazione dei colleghi pubblicisti». Mentre racconta di «Notti passate alla Camera dei Deputati per sollecitare ragionevolezza su aspetti non marginali, riunioni per spiegare le conseguenze di questa o quella parola». Ammettendo che c’è spazio per una riforma dell’Ordine. E della professione, aggiungiamo noi. Messa a dura prova da internet e dai nuovi media. In bilico tra la voglia - e il dovere - di raccontare e la necessità di farlo in maniera rigorosa. Adeguando mezzi, linguaggio e preparazione a una società che l’informazione e la comunicazione le vede cambiare ogni giorno.


«Qualche problema c’è, ma quelli li abbiamo tutti - ci confida il presidente -. Vanno riviste le modalità d’accesso, per esempio. E le soluzioni stiamo cercando di trovarle insieme. Sapendo che le sfide vere dobbiamo vincerle noi, non possiamo sperare lo facciano altri al posto nostro». Prima di qualche giorno, quindi, tentare di capire cosa accadrà con l’opera “salva Italia” di questo governo è impossibile. Quanto è legittimo chiederselo, però. Non solo per quel che riguarda l’esercito dei pubblicisti. «È escluso che l’Ordine venga sciolto - chiarisce la nota del presidente - perché non esiste norma che lo preveda. Anzi, è sostanzialmente confermato che restano in vigore, in assenza del Dpr, le normative vigenti».


«Una cosa è, comunque, certa - precisa il consigliere nazionale De Tilla -: con l’emendamento approvato nella legge ‘Salva Italia’ risulta disattesa, per il momento, ogni ipotesi di abrogazione dell’Ordine dei giornalisti e, con esso, degli elenchi dei professionisti e dei pubblicisti».

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